Caffè Europa

Un vitello (placcato) d’oro

today17 Aprile, 2026 53 7

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La Chiesa, per chi crede, dalla notte dei tempi tiene testa alle porte dell’inferno, e per farlo non ha certo bisogno di sciocche superstizioni o del fariseismo di alcuni dei suoi adepti: così Tolstoj in Resurrezione, il suo ultimo romanzo. Aggiungo io, e mi si perdoni l’ovvietà, per cui forse non valeva la pena scomodare Tolstoj: la Chiesa non ha bisogno nemmeno della difesa di ufficio di felpe di cattivo gusto o tweet scritti con la proprietà di linguaggio di un bambino di sette anni che parla di cose che evidentemente non si è nemmeno premurato di cercare di capire. Devoti e atei converranno che la forza della religione è nell’immortalità dell’idea che rappresenta, non in chi la rappresenta, e meno che mai in chi si arroga il diritto di piegarla ai propri scopi miserrimi.

Resurrezione, per inciso, è forse l’apice del tolstoismo, la dottrina morale di pauperismo e pace che avrebbe influenzato anche Gandhi: nel romanzo, Tolstoj critica la società russa, la chiesa ortodossa fautrice di una religione percepita come insincera, il sistema penitenziario (“oggi, in Russia, l’unico posto che si convenga a un uomo onesto è la prigione”).

Dopo aver già in passato pubblicato un’immagine di sé stesso in veste di Papa, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump si è dipinto sui social media come Gesù Cristo in persona (perché accontentarsi, in effetti), salvo poi ritrattare e dire che l’abito romano, il mantello rosso, e la luce celestiale erano invece pensati per assomigliare a un soccorritore della Croce Rossa. Non so voi, ma se a soccorrermi è un paramedico con una fiaccola di vita eterna fra le mani invece di un defibrillatore, mi preoccupo un po’. Nel mentre, il presidente americano ha ritenuto opportuno attaccare Papa Leone XIV, reo di aver protestato all’idea di annientare un’intera civiltà. In un messaggio sconnesso Trump ha definito il Papa “debole contro il crimine” (ma è il Papa o Batman?), lo ha accusato di non ricordare la cattiva gestione del COVID (Leone non era ancora Papa), ha dichiarato di preferirgli di gran lunga il fratello Louis (specchio riflesso!), e ha concluso con una perla chissà perché caduta in disuso da qualche secolo: se Robert Prevost oggi è Papa Leone XIV, è solo per volere della Casa Bianca. Non lo spirito santo, insomma, non un collegio di cardinali, ma lo stesso Donald Trump.

Il Papa, dal canto suo, non sembra essersi scomposto, e aggrottando appena le sopracciglia ha preso le distanze dall’intera conversazione, chiarendo che il suo compito papale è nei confronti del vangelo e non certo della politica, e che continuerà a rimanere fedele al suo dicastero anche perché non si fa certo intimorire dall’amministrazione americana. In viaggio verso l’Algeria, ai giornalisti che gli riportavano le parole di Trump apparse sul social media personale di quest’ultimo, Truth [ovvero la verità], ha detto: il nome della piattaforma sarà ironico.

Più ad est, in occasione della messa per la Pasqua ortodossa, Vladimir Putin invece ringraziava la chiesa russa, tra le altre cose, per l’importante sostegno a quella che il Cremlino si ostina a chiamare operazione speciale, ovvero l’invasione russa dell’Ucraina.

L’ingerenza del potere temporale (così si diceva) su quello religioso non è niente di nuovo, né lo è il tentativo patetico di una politica abietta a tirare Dio, santi e profeti per la giacca. Ancora più antico, e quindi, si pensava, sepolto dalla storia, dal buonsenso, dal pudore, è un sovrano che anche soltanto pensi di incoronare direttamente sé stesso a divinità. Il vitello d’oro di memoria biblica allora non ha nemmeno bisogno di essere un idolo di fattura pregiata, ma è vuoto e dal suono fesso, d’oro di bassa lega – al massimo placcato, pacchiano: una biblioteca senza libri, un roseto divelto per far posto a sedie di plastica, un messaggio sgangherato scritto con l’intelligenza artificiale.

Tornando a parlare invece di grandi scrittori, J. R. Tolkien e C. S. Lewis (il primo – cattolico – autore de Il signore degli anelli; il secondo – anglicano – de Le cronache di Narnia) si stimavano ed erano amici, ma su una cosa non erano d’accordo: parlare o meno di religione e fede. Secondo C. S. Lewis era importante scriverne anche in modo esplicito perché la letteratura, con la sua bellezza, avvicinasse l’uomo a Dio (Sorpreso dalla gioia, autobiografia di C. S. Lewis, è interamente dedicato alla conversione dell’autore). Per Tolkien invece ogni riferimento a Dio poteva essere solo implicito, ispirazione ineffabile di ogni attività, la cui discussione è riservata però a sfere più alte di quella umana. Il dibattito è affascinante e ovviamente rimane irrisolto: è lecito senz’altro, se lo si ritiene opportuno, parlare di fede, di religione e di Dio fra persone libere, che si sia credenti o meno, ma pretendere di piegare la chiesa al proprio tornaconto politico è moralmente reprensibile. Per quanto riguarda la religione cattolica, un attacco rozzo al Papa è solo una vicenda tristanzuola che dice molto del perpetratore; paragonarsi a Dio in un delirio di onnipotenza non è certo un’offesa al cristianesimo, che ragiona per secoli e non per tornate elettorali, ma alla sanità mentale e al senso del ridicolo.

Francesca Varasano 

Scritto da: Regia Glox


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