Femminile digitale

Un anno in chiaroscuro per il femminile: diritti, lavoro, violenza nel 2025

today11 Dicembre, 2025 6

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Che anno è stato per le donne in Italia? Tra certificazioni, leggi e dati sulla violenza, la fotografia non è mai univoca.

È stato un anno in cui il quadro normativo ha mosso passi visibili, mentre gli indicatori sociali hanno ricordato che la distanza tra carta e vita resta ampia. Sul versante delle tutele, l’Italia ha introdotto un reato specifico per i deepfake: la Legge 132/2025, in vigore da ottobre, punisce la diffusione di immagini, video o voci generate dall’AI quando ingannano e arrecano danno alla persona. È un cambio di segno importante perché riconosce—anche con aggravanti—la natura di violenza mediale che tocca soprattutto i corpi femminili.

Nel lavoro, si è consolidata l’infrastruttura della “certificazione della parità di genere”: a febbraio è stato pubblicato un nuovo avviso con contributi per le piccole e medie imprese che avviano il percorso, segnale che la spinta non è episodica ma strutturale. La fotografia di fine anno, tuttavia, racconta un miglioramento parziale: sale l’occupazione, ma il divario rimane. Le analisi più recenti stimano un tasso di occupazione femminile intorno al 53% e uno scarto di oltre 18 punti rispetto agli uomini; sul fronte retributivo, il gender pay gap in alcune fasce e settori raggiunge ancora differenziali molto marcati, mentre l’UE porterà nel 2026 le nuove regole di trasparenza salariale. In sintesi: più strumenti e reporting, ma la forbice non è chiusa.

Nella salute riproduttiva, il 2025 ha reso ancora più evidente l’Italia a “macchia di leopardo”. Due regioni – Lazio ed Emilia Romagna – applicano pienamente le linee ministeriali del 2020 consentendo la seconda assunzione del farmaco abortivo anche a domicilio; altre territori, come la Toscana, stanno definendo percorsi extra-ospedalieri in ambulatori collegati alla rete ospedaliera. La cura, insomma, dipende ancora dall’indirizzo di residenza: un avanzamento per alcune, un limite per altre.

Sul fronte della violenza, i dati nuovi hanno tolto ogni dubbio: la portata del fenomeno resta alta e strutturale. L’ultimo consuntivo ISTAT certifica per l’anno precedente 327 omicidi, con 116 donne uccise; il calo riguarda quasi solo gli uomini, confermando che la vittimizzazione femminile ha caratteristiche e matrici diverse, spesso radicate nelle relazioni.

Per il 2025, i dati provvisori del Viminale diffusi in autunno indicano un’ulteriore diminuzione degli omicidi complessivi e delle vittime femminili rispetto all’anno precedente, pur con la conferma del peso dei contesti familiari/affettivi. In parallelo, le nuove stime ISTAT 2025 sulla prevalenza della violenza indicano che il 31,9% delle donne tra i 16 e i 75 anni ha subito almeno una forma di violenza fisica o sessuale nel corso della vita.

Cosa ha funzionato, allora, nel 2025? Hanno funzionato i segnali di responsabilizzazione degli attori forti. La co-regolazione tra AGCOM e Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria (IAP) è stata rafforzata per rendere più trasparenti i contenuti sponsorizzati, inclusi quelli che parlano di salute: quando una raccomandazione sanitaria appare nel feed come “consiglio personale”, dev’essere riconoscibile se è pubblicità. È una tutela indiretta ma reale per le utenti, spesso bersaglio di retoriche sul corpo e sulla cura. Hanno funzionato anche gli stimoli pubblici a rendere misurabile la parità in azienda, perché ciò che si misura e si finanzia, diventa priorità.

Che cosa, invece, continua a non andare? Restano tre crepe: la prima è la persistenza della violenza come fatto sociale e relazionale, che non arretra al ritmo delle campagne; la seconda è la geografia dei diritti a scacchiera, soprattutto nella salute riproduttiva; la terza è il divario economico che resiste sotto forma di carriere più interrotte, leadership più rare e differenziali retributivi duri a morire. Anche laddove l’occupazione cresce, il passo non è simmetrico e la qualità del lavoro – stabilità, orari, servizi di cura – resta il vero discrimine.

Il 2025, insomma, somiglia a un bilancio in chiaroscuro. Abbiamo più leggi e più strumenti, e questo conta, ma abbiamo anche numeri che non si piegano all’ottimismo a tutti i costi.

Forse la domanda con cui restare, entrando nel 2026, è questa: quanto di ciò che abbiamo promulgato è capace di cambiare l’esperienza quotidiana delle donne nei consultori, al lavoro, nelle case, e non solo l’indice di una relazione tecnica?

Se il femminile digitale ci ha insegnato qualcosa, è che lo sguardo va spostato dai proclami alle pratiche: dove il diritto è accessibile, la violenza prevenuta, il lavoro reso degno.

Elisa Spinelli

Scritto da: Radio Glox


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