A livello statistico se chiedessimo a un cittadino qualunque dove si trovava e cosa stava facendo l’11 settembre del 2001, è probabile che otterremmo un luogo, un’azione, a volte addirittura un orario. Quando le pagine nere della storia fanno da spartiacque creando un prima e un dopo di un evento, la coscienza del mondo si risveglia.
Per la mia generazione, il confine tra l’innocenza e la consapevolezza si è tracciato il 3 febbraio 2016. Avevo quindici anni quando il corpo di Giulio Regeni fu restituito dal deserto de Il Cairo, lui ne aveva 28; oggi che sono più vicina alla sua età di allora, comprendo che quella vicenda non è stata solo cronaca, ma un’epifania del male. Mi sento inaspettatamente ancora un’adolescente che deve far i conti con tutto il male del mondo.
Non capirò mai totalmente cosa mi abbia attratta della storia di Giulio, se la sofferenza nell’apprendere la crudeltà che può risiedere nell’uomo o la ricerca della verità, della giustizia; ora come ora, istintivamente direi che è stata la capacità di come un racconto crudo, incentrato su un singolo individuo, possa delineare anche la storia di un intero paese, o forse di due.
Mentre la mia e la nostra storia continua a scriversi, quella di Giulio è congelata in un passato che cerca risposte nel presente, senza ottenerle. Il corpo di Giulio è diventato il confine violato della democrazia. Non sono solo due nazioni a scontrarsi, ma due visioni del mondo: quella della ricerca e quella del controllo.
Se da un lato parliamo di censura, dittatura e violenza quando facciamo riferimento al regime di Al-Sisi -che la Bonino tentò di arginare già nel 2013- dall’altro, qual è il debito che il Nostro paese ha nei confronti della famiglia Regeni?
In uno scenario in cui la verità storica fatica a diventare verità giudiziaria, il debito che l’Italia ha contratto non verrà mai estinto solo nelle aule di tribunale ma rimarrà un debito di visibilità.
Lo abbiamo onorato per anni tingendo quasi tutte le piazze di un giallo ostinato. Quel giallo è diventato la nostra pelle democratica, la pretesa che la luce della verità non venga riassorbita dal grigio della polvere egiziana o, peggio, dai silenzi della diplomazia.
Mentre a Roma si svolgono processi che cercano faticosamente la verità, a pochi passi di distanza, negli uffici che dovrebbero promuovere la nostra identità culturale, si decide di abbassare il volume.
Il fatto è il seguente: iI documentario ‘Giulio Regeni – Tutto il male del mondo’, diretto da Simone Manetti e distribuito da Fandango e Ganesh Produzioni, è stato recentemente escluso dai finanziamenti del Ministero della Cultura. Il documentario è stato comunque realizzato e distribuito nelle sale, ma il quesito rimane: perché non è stato finanziato?
Nonostante il valore dell’opera fosse già stato riconosciuto con il Nastro d’Argento per la Legalità, la commissione ministeriale ha assegnato al progetto solo 14 punti su 60 per “innovatività e originalità”, una soglia troppo bassa per ottenere il sostegno pubblico. Non è una novità che i fondi governativi per l’audiovisivo stiano diminuendo di anno in anno ma la scelta del Ministero della Cultura è discutibile: finanziare maggiormente le produzioni straniere per agevolare il turismo ma anche focalizzarsi su progetti italiani purché rispondano a determinati canoni di “identità nazionale”.
Penso sia chiaro ma tanto vale ribadirlo, i documentari d’inchiesta non nascono per fare profitti da blockbuster, ma per svolgere un servizio pubblico, quindi parliamo a tutti gli effetti di identità nazionale. Negare il finanziamento a un’opera premiata perché “non innovativa” appare come un pretesto tecnico per coprire una scelta di merito.
Le conseguenze non sono tardate ad arrivare: due autorevoli membri della Commissione cinema, il critico Paolo Mereghetti e il docente Massimo Galimberti, hanno rassegnato le dimissioni denunciando una burocratizzazione della cultura; inoltre, molte università hanno proiettato il documentario e diversi esercenti hanno rimesso in sala la pellicola.
Gli spettatori, i cittadini hanno riempito le sale anche per protesta. Questo dimostra che, sebbene il Ministero possa decidere dove destinare il denaro, non può decidere cosa sia ‘giusto’ o ‘importante’ per la coscienza collettiva e soprattutto, non può determinare cosa e chi rappresenta “l’identità nazionale”.
L’identità di una nazione non si costruisce solo attraverso i bandi ministeriali, ma attraverso la capacità di proteggere e raccontare la storia dei propri figli. Se il giallo delle piazze continua a brillare, è perché la verità è un bene comune che non ha bisogno di permessi per essere onorato.
Ilaria Petrongari