Lo spauracchio del boom di psicofarmaci tra i minori
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Spesso nei video su TikTok la scena è riconoscibile: una madre che guida il racconto, una figlia al centro di routine di vestiti, feste, piccoli sketch; lo sguardo in camera come abitudine, la risposta del pubblico come misura. Parlo, come titolo d’esempio, ma non si tratta dell’unico caso, di Arianna Russo e di sua figlia Ginevra – per i feed, ‘Ginny la Stellina’ – una delle coppie madre/figlia più visibili dell’ultimo anno in Italia. La loro serialità ha intercettato un’audience ampia e fidelizzata: i contenuti sono diventati appuntamento con format ripetibili e un lessico visivo che passa dalla casa al centro commerciale, dalla sorpresa al ‘fit check’.
È un laboratorio utile per osservare come l’infanzia diventi linguaggio pubblico: la vita quotidiana si organizza in episodi pensati per la piattaforma, l’intimità si traduce in ritmo, estetica, timing.
Il punto non è moralizzare la scelta individuale, ma leggere la struttura che la rende efficace. La piattaforma premia ciò che è riconoscibile, frequente, emotivo. In questo contesto la bambina impara per osmosi le regole della scena: quando entrare, come stare davanti all’obiettivo, che cosa “funziona” con il pubblico. La madre, a sua volta, gestisce un doppio registro: cura familiare e lavoro di immagine. Il successo e le polemiche che hanno attraversato il profilo mostrano l’altra faccia del dispositivo: appena una scena suscita critiche, la discussione non resta ‘di casa’, ma si sposta in un’arena collettiva dove si negoziano ruoli, confini, legittimità. Anche le repliche e le difese diventano contenuto, e il ciclo si autoalimenta.
Questo caso è paradigmatico, non perché estremo, ma poiché segnala come l’infanzia online, quando è sostenuta da formati e metriche, diventi risorsa narrativa per l’identità adulta. Qui si gioca l’ ‘eredità mediale’: prima ancora che una ragazza apra un proprio profilo, ha già osservato da vicino un set domestico che funziona come scuola informale di produzione. L’apprendistato è reale – montaggio, ritmi, cura dell’estetica – e abitua a valutare i gesti in base a quanto sono leggibili e reattivi per il pubblico.
Attorno a questi profili si muove una cornice di norme che prova a mettere ordine. In Parlamento è in discussione il disegno di legge n. 1136 sulla tutela dei minori nella dimensione digitale: verifica dell’età, responsabilità degli adulti che gestiscono profili, primi principi sul lavoro svolto online da bambini e adolescenti.
Accanto al percorso legislativo, intervengono l’AGCOM e l’IAP – l’Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria – con il Codice e la ‘Digital Chart’ dedicati alla trasparenza della comunicazione commerciale: strumenti nati per la pubblicità che oggi si confrontano con format familiari ibridi, a metà tra intrattenimento e promozione. L’organizzazione Terre des Hommes riporta periodicamente l’attenzione sul punto cieco: quando un minore diventa parte sistematica dei contenuti a fini economici, servono tutele chiare e non solo consuetudini.
Cosa dice tutto questo del nostro ecosistema? Che la scena domestica, filtrata da TikTok, è diventata scena pubblica a pieno titolo e che separare ricordo privato e racconto pubblico richiede scelte continue.
Il caso di Ginny la Stellina serve a nominare la posta in gioco senza ridurla a un sì o a un no: ciò che le bambine e le ragazze apprendono non è solo un repertorio di immagini, ma interiorizzano come ci si relaziona in pubblico, cosa dà riconoscimento e come stare sulla scena digitale.
Scrivendo di Ginny e di sua madre, ho capito cosa mi riguarda davvero: non il giudizio, ma la distanza giusta tra ciò che mostriamo e ciò che custodiamo. Continuo ad amare le narrazioni, ma voglio lasciarmi la possibilità di non raccontare tutto. In quel margine, forse, c’è l’eredità più onesta che possiamo offrire a chi ci guarda: uno spazio dove crescere senza dover diventare personaggio.
Elisa Spinelli
Scritto da: Radio Glox
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