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Qualcuno volò sul nido del cucolo, 50 anni dopo

today23 Gennaio, 2026 24

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Il cuculo viene identificato in natura come un uccello parassita. La femmina depone le proprie uova in nidi che non le appartengono, spesso di specie diverse dalla sua. Nel momento in cui il pulcino viene alla luce, guidato da un istinto primordiale, si libera delle uova restanti e viene allevato da genitori adottivi ignari.

Invasione, inganno e mancanza di appartenenza definiscono così un sistema che funziona, a tutti gli effetti, contro natura.

Il biglietto del cinema mi osserva, attaccato alla parete di fronte a me. Invasione, inganno e mancanza di appartenenza.

Il nido: un luogo deformato, che assorbe e trasforma chi vi entra, e la possibilità (rara) di non restarne prigionieri.
Il cuculo: l’individuo sovversivo, il corpo estraneo, il rivoluzionario.

Ken Kesey scrisse One Flew Over the Cuckoo’s Nest nel 1959, dopo aver lavorato come inserviente in un ospedale psichiatrico e aver sperimentato sostanze psicoattive. Miloš Forman ne

fece, nel 1975, una delle pellicole più importanti della storia del cinema.

Da una parte Kesey, che si interroga sul significato di libertà individuale e di obbedienza civile, dall’altra Forman, cecoslovacco ironico, spietato e rivoluzionario ; al centro un riadattamento cinematografico che ha generato non poche diatribe e che, a cinquant’anni dall’uscita, continua ancora oggi a smuovere le poltrone delle sale e quelle, ben più scomode, della coscienza di ognispettatore che varca la soglia dell’ospedale psichiatrico di Salem, in Oregon.

Qualcuno volò sul nido del cuculo racconta la vita quotidiana di un gruppo di pazienti apparentemente tranquilli, scandita da orari, terapie di gruppo e da un’idea di normalità così ben oliata da sembrare indiscutibile. Qui l’ordine non è mai messo in discussione, perché l’ordine, come ogni buon ordine, non ama essere interrogato.

L’equilibrio si incrina con l’arrivo di Randle P. McMurphy, un nuovo degente che fin dal primo momento sembra appartenere più al mondo esterno che a quello, ovattato e regolamentato, dell’istituto. McMurphy parla troppo, ride fuori tempo massimo e soprattutto ha un vizio imperdonabile: non riconosce l’autorità come un fatto naturale. La sua presenza introduce una variabile imprevista in un sistema che funziona solo finché nessuno prova a guardarlo da troppo vicino.

L’ospedale psichiatrico è un luogo in cui il potere si esercita con gentilezza, dove la coercizione si chiama cura e l’adattamento viene considerato una virtù. In questo contesto, la follia non è l’eccesso, ma la rinuncia; non il caos, ma l’accettazione silenziosa di regole che nessuno ricorda più di aver scelto.

Perché, a distanza di cinquant’anni, ci sentiamo ancora coinvolti da una critica di un sistema che apparentemente non ci riguarda più?

Perché Qualcuno volò sul nido del cuculo è un film che, al di là dell’epoca in cui è stato girato, è pensato per scomodarci. Come ogni processo di cambiamento, ci fa sentire smarriti, vulnerabili, compromessi e accomunati da quel briciolo di follia che Jack Nicholson smonta con una semplice frase: “Ma credete veramente di essere pazzi? Davvero? Invece no, voi non siete più pazzi della media dei coglioni che vanno in giro per la strada, ve lo dico io!”.

Ciò che le istituzioni individuano come disturbo psichiatrico diventa, frame dopo frame, una richiesta sorda di affetto, di attenzioni, di ascolto, che ieri come oggi viene manifestata da ognunodi noi, escludendo ovviamente elettroshock e lobotomie.

Non esiste una distinzione netta tra sano e malato, ma semplicemente gabbie dorate in cui coloro che non riescono a reagire prontamente alla vita vengono chiusi o, in questo caso, si lasciano chiudere volontariamente. Ciò che dimostra la magistrale interpretazione di Jack Nicholson (una delle migliori, se non la migliore in assoluto) è quanto l’autoritarismo sia fragile e quanto le piccole sottigliezze della vita possano diventare minacce per sistemi fondati sulla paura.

Ognuno, prima o poi, si trova a negoziare la propria libertà in cambio di una forma di sicurezza, a confondere l’adattamento con la maturità, il silenzio con la saggezza. Qualcuno volò sul nido del cuculo non chiede allo spettatore se si sente normale, ma se si sente vivo. E soprattutto, se il nido in cui si trova è davvero casa sua, o solo il posto in cui ha imparato a non battere più le ali.

Ilaria Petrongari

Scritto da: Regia Glox


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