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Qualcosa di straordinario

today27 Aprile, 2026 96 2

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È la notte tra il 15 e il 16 marzo 2026, la carrozza è ritornata zucca da un po’, ma non riesci a staccarti dallo schermo della TV: dopo settimane di attesa e dibattito, saranno finalmente annunciati i nomi dei vincitori dei Premi Oscar.

Voi direte: vabbè, potevi leggerli la mattina successiva e dormire serena (risparmiando un po’ di correttore). Ma se io fossi una a cui piace godersi tutta la premiazione o commentare in diretta via social gli outfit di coloro che salgono su uno dei palchi più attesi dell’anno?

Non voglio entrare nel merito di una serata già ampiamente commentata e, ormai, passata da un po’ con tutti i vari contenuti algoritmic friendly: quello che mi ha più colpito non è stata la cerimonia in sé, i commenti sugli abiti indossati o Ethan Hawke che non si è portato a casa la statuetta come miglior attore (ammetto: non mi è andata troppo giù).

Ad attirare la mia attenzione è stato un commento ascoltato in uno dei tanti interventi radiotelevisivi a riguardo e in cui, esprimendo giudizi sulla serata, qualcuno ha detto: “In fondo, non è successo niente di che”.

Tralasciando il fatto che, probabilmente, sono io, povera millenial spesso “fuori fuoco”, a dover alzare l’asticella delle aspettative (effettivamente è una serata di premiazione: vedere solo la consegna di un riconoscimento importante è troppo poco): quel commento, sposato da molti, o almeno da un folto numero di utenti sui social, mi ha spinto a una riflessione più ampia sulla questione.

Se non altro, su cosa significhi esattamente che non è successo niente di che, soprattutto quando il centro di un evento, in questo caso, è la premiazione di una storia e il modo in cui è stata raccontata o di un attore, un’attrice, che riceve una statuetta per aver interpretato magistralmente un personaggio che ci ha fatto emozionare. Non basterebbero già questi elementi qui per dire che siamo di fronte a più di un “niente di che”? E poi, ancora: che senso ha aspettarsi qualcosa di più da una cerimonia di consegna premi se lo straordinario ce lo ha già regalato un film, con ogni sua componente?

Forse la smania del dover creare o vedere effetti speciali a tutti i costi? O magari il gusto della critica facile, che tanto ci piace? Come se non bastasse già la possibilità di godere, ancora, dell’incredibile possibilità di fruire di un linguaggio che ci parla ancora e si continua a evolvere, da più di cento anni.

Siamo talmente abituati a “fare storie”, a skippare contenuti se non ci catturano in una manciata di secondi, che perdiamo di vista la bellezza e la straordinarietà di processi già di per sé incredibili: anche solo pensare alla potenza di un primo piano che ci emoziona o in cui troviamo un pezzo di noi, o alla magistralità di una sequenza in grado di fissarsi nell’immaginario personale e collettivo (come l’inseguimento sui tornanti nel film vincente di quest’anno Una battaglia dopo l’altra). Già questo basterebbe.

E poi, magari, empatizziamo con la storia raccontata, ci rivediamo in alcuni passaggi e miracolosamente, a volte, ci sentiamo pure meglio. Non è già questo decisamente molto più di un niente di che? E allora perché chiedere di più a una serata di premiazione che celebra “solo” processi tanto straordinari?

Forse mi son fatta prendere la mano da un po’ di poesia: sono nostalgica, retrograda, amante di un di più che vedo solo io. Forse è colpa (o merito, dipende il punto di vista) dei personaggi e dei film di Fellini e di altri grandi maestri, che hanno saputo raccontare l’ordinario in modo tanto straordinario. Forse è merito (qua non ho dubbi) dell’apparente fragile Gelsomina che in La strada, sequenza dopo sequenza, in una ripetitività che a tratti può richiamare un niente di che, riesce a cambiare il cuore di un uomo freddo e violento come Zampanò.

Una reference, forse, lontana nel tempo anche per me, ma che mi ha riportato alla mente che in quel “niente di che”, quotidiano e ripetitivo, si cela anche ciò che mi tiene in vita: il mio cuore batte ed esiste, anche se non lo vedo, anche se non me ne accorgo.

E lo fa in modo ripetitivo, quotidiano e, decisamente, analgoritmico.

Chissà se anche questo, per alcuni, suonerà come un altro niente di che.

Marta Calzoni

Scritto da: Regia Glox


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