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La professione giornalistica vive da qualche anno una rivoluzione interna ed esterna che coinvolge modi, strumenti, linguaggi e la stessa funzione sociale del giornalismo. A tutto questo per lo più si risponde cercando di difendere lo status quo, di integrare il cambiamento con le routine produttive consolidate, di difendere privilegi di categoria che ormai il sistema non può garantire e che i nuovi modelli di giornalismo rendono impraticabili.
Il recente sciopero indetto dalla categoria poteva essere l’occasione – ma non lo è stata –per mettere sul tavolo della discussione e dell’interesse pubblico il futuro del giornalismo: metodi di governo responsabile delle nuove tecnologie, nuovi modelli di giornalismo professionali che non si oppongano alle recenti forme che va assumendo la diffusione delle informazioni, la capacità di definire un ruolo complementare di responsabilità dell’informazione tradizionale con fonti autorevoli, capacità di contestualizzazione, approfondimenti e verifiche.
Dall’inizio del secolo scorso i media tradizionali hanno avuto un ruolo quasi esclusivo nella mediazione dell’informazione. Oggi questo monopolio non esiste più a causa della redistribuzione della cosiddetta ‘autorità informativa’ – influencer, creator, piattaforme digitali – come anche dell’accesso diretto alle fonti diversificato per nature e per origine – video amatoriali, social e citizen journalism. La velocità con la quale gli eventi vengono condivisi, discussi e poi dimenticati spinge per lo più il giornalismo ad inseguire un contesto che riduce controllo e complessità. La disintermediazione del rapporto tra decisori pubblici e cittadini, tra politica e cittadini non semplifica il flusso informativo ma, al contrario, lo rende più complesso e difficile da gestire.
La situazione è complicata ed impatta direttamente sulla funzione sociale che il giornalismo e l’informazione svolgono all’interno della società. Se non possono più “dare la notizia”, essere in esclusiva il megafono del mondo e il canale di relazione tra cittadini e politica-istituzioni, i giornalisti professionisti quale ruolo dovrebbero assumere, sostenendo la relativa complessa responsabilità?
Innanzitutto, in una ‘sovrabbondanza formativa’ gli unici soggetti che hanno competenze e capacità di verifica e controllo sono i giornalisti: se tutti possono pubblicare e diffondere notizie, la differenza la fa chi può essere considerato affidabile, non più quindi soltanto chi racconta ma chi verifica che quel racconto sia veritiero.
In un mondo dominato da feed personalizzati, il giornalismo può avere una funzione che l’algoritmo non può svolgere: dare una visione complessiva del mondo e non solo una selezione individualizzata. Gli algoritmi che selezionano per ognuno di noi cosa guardare e su cosa appuntare la nostra attenzione, mostrano ciò che piace o intrattiene, il giornalismo può mostrare ciò che è utile, per se stessi e per la comunità. È questo un compito profondamente democratico se lo si legge come l’opportunità di proporre temi esistenti ma ignorati per altre logiche e interessi, offrire cornici interpretative e dare priorità ai problemi pubblici, non solo a ciò che genera engagement.
L’informazione digitale prodotta anche dal basso, banalizza e riduce la realtà, le relazioni e le dinamiche di interconnessione tra tutti gli elementi che generano la società contemporanea. Le piattaforme mostrano ‘pezzetti’ di realtà costruiti e suggeriti per intrattenere, coinvolgere emotivamente e rafforzare interessi particolari a discapito dell’interesse generale.
Con le proprie competenze di lettura e contestualizzazione, di gestione delle fonti e di verifica dei fatti, il giornalismo può restituire alla sfera pubblica un contesto di riferimento, discutere cause e conseguenze di certi eventi, proporre con chiarezza prospettive multiple per una sola questione. In generale svolgendo una funzione di contestualizzazione critica, il giornalismo può riconsegnare alla realtà informativa la sua complessità naturale.
Chiara Moroni
Scritto da: Radio Glox
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