Le voci dal Salone di Torino – Mattia Feltri
Intervista all'editorialista de La Stampa, dove cura la rubrica quotidiana 'Il Buongiorno'. Al Salone, ha presentato il suo ultimo saggio dedicato alla crisi del linguaggio pubblico
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Che cosa racconta del presente il fatto che sempre più persone inizino a parlare con un’intelligenza artificiale non per lavorare, ma per sentirsi comprese?
Negli ultimi mesi il fenomeno delle AI companion, chatbot progettati per simulare relazioni affettive, amicizia o intimità romantica, è cresciuto rapidamente. Applicazioni come Replika, Character.AI, Nomi.AI o Eva AI non vengono più presentate solo come strumenti conversazionali, ma come presenze emotive: ricordano dettagli personali, mantengono continuità narrativa, usano linguaggi affettivi, simulano attenzione costante. Secondo analisi recenti, l’utilizzo di questi sistemi è particolarmente diffuso tra giovani adulti e persone che descrivono le relazioni contemporanee come emotivamente estenuanti.
In parallelo, negli Stati Uniti e in Europa emergono sempre più racconti di donne che dichiarano di usare “AI boyfriend” non come gioco ironico, ma come spazio di conforto, ascolto e sperimentazione emotiva. Un articolo pubblicato da The Atlantic a gennaio racconta proprio questo: donne che descrivono il chatbot come un luogo in cui non devono performare femminilità, spiegarsi continuamente o negoziare attenzione. Il punto non è stabilire se queste relazioni siano vere o false, ma capire perché risultino così convincenti.
Queste presenze artificiali non litigano davvero, non spariscono per giorni, non interrompono il flusso della conversazione, non producono ambiguità imprevedibili. Sono progettate per essere disponibili, responsive, adattive. Eliminano gran parte della frizione che attraversa i rapporti umani contemporanei. Ed è qui che il tema diventa profondamente sociologico.
Per anni abbiamo pensato la tecnologia come qualcosa che automatizza il lavoro. Ora sta iniziando ad automatizzare anche la regolazione emotiva. Le AI companion non vendono solo conversazioni: vendono continuità, presenza, prevedibilità. Offrono una forma di intimità a basso rischio, in cui il conflitto viene ridotto, il rifiuto attenuato, la vulnerabilità controllata.
La domanda allora non è se ci si possa “innamorare” di un’intelligenza artificiale, ma: cosa sta accadendo alle relazioni umane perché un’interazione sintetica venga percepita, da alcune persone, come emotivamente più sicura?
Le ricerche più recenti mostrano che molte persone utilizzano questi sistemi non solo contro la solitudine, ma per gestire ansia relazionale, difficoltà comunicative e senso di instabilità emotiva. Alcuni lavori parlano apertamente di frictionless love, cioè di un amore senza attrito, senza imprevedibilità, senza reale reciprocità. Eppure, il paradosso è evidente.
Più queste relazioni sembrano sicure, più dipendono da logiche opache: piattaforme private, aggiornamenti improvvisi, moderazioni automatiche, modifiche dei modelli. Un recente studio definisce “fragile” l’intimità con l’AI, proprio perché può essere interrotta o trasformata da infrastrutture che non controlliamo, anche quando per gli utenti era diventata emotivamente significativa. Nel frattempo, cambia anche il linguaggio culturale. L’Ada Lovelace Institute ha osservato che il termine “parasociale”, storicamente usato per descrivere il rapporto con celebrità e influencer, viene sempre più applicato alle relazioni con sistemi artificiali. La simulazione dell’intimità sta diventando una parte stabile dell’ecosistema digitale contemporaneo.
Le relazioni sintetiche raccontano qualcosa di molto concreto sul presente: stanchezza emotiva, desiderio di sicurezza, bisogno di continuità. Ma mostrano anche un rischio: abituarci a rapporti progettati per non metterci mai davvero in crisi.
La domanda che mi resta è questa: quanto le relazioni umane contemporanee hanno smesso di far sentire amate alcune persone, al punto da rendere credibile una simulazione?
Nel film Her, Samantha dice: “Il cuore non è una scatola che si riempie.” Forse è proprio questo il punto. Le relazioni sintetiche rischiano di farci dimenticare che l’intimità umana non nasce per essere ottimizzata, perché è possibile anche nello spazio imperfetto dell’attesa, del dubbio, della differenza. L’amore non risponde sempre, ma quando risponde può ancora sorprenderci.
Elisa Spinelli
Scritto da: Regia Glox
Intervista all'editorialista de La Stampa, dove cura la rubrica quotidiana 'Il Buongiorno'. Al Salone, ha presentato il suo ultimo saggio dedicato alla crisi del linguaggio pubblico
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