Politicando

Perché i fatti non bastano

today3 Giugno, 2026 7

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Lunedì 26 maggio, all’indomani delle elezioni comunali, i quotidiani italiani hanno tutti aperto con gli stessi numeri, ma con storie opposte. Da una parte il centrodestra esulta: Venezia tenuta a sorpresa, Reggio Calabria riconquistata dopo undici anni. Dall’altra il centrosinistra rivendica una rimonta: Pistoia ripresa, la Toscana che tiene, Salerno e Avellino strappate. Stessi voti, due racconti che a tratti sembrano riguardare elezioni diverse. Eppure, entrambi in larga misura, plausibili. È in questo scarto – fra i fatti e il modo in cui vengono raccontati – che si gioca un meccanismo decisivo della nostra esperienza.

Non comprendiamo il mondo per concetti, ma per storie. È un’idea che lo psicologo Jerome Bruner ha reso celebre distinguendo due modi del pensiero: quello logico-scientifico, che procede per argomenti e dimostrazioni, e quello narrativo, che organizza l’esperienza in racconti con personaggi, intenzioni e svolte. Entrambi sono indispensabili, ma è il secondo a fare il lavoro più silenzioso e pervasivo: dare un senso a ciò che ci accade.

Una narrazione non è un elenco di eventi. È una trama: collega un prima e un dopo, identifica cause, attribuisce significato. Quando diciamo “ho perso il lavoro e ho ricominciato da capo”, non descriviamo dati, ma costruiamo un arco che trasforma una rottura in passaggio. Questa operazione, secondo il filosofo Paul Ricoeur, è ciò che rende possibile l’identità personale: siamo, in larga parte, la storia che riusciamo a raccontare di noi stessi.

Lo stesso vale per le comunità. Le Nazioni si reggono su narrazioni fondative, le famiglie sui propri aneddoti, le scienze sulla storia dei loro grandi esperimenti. Le narrazioni collettive funzionano come mappe condivise: ci dicono chi siamo, da dove veniamo, cosa è giusto temere o desiderare. Anche media e politica lo sanno bene: vince spesso non chi ha i dati migliori, ma chi propone la storia più convincente – come mostra, appunto, la doppia lettura delle stesse urne elettorali della scorsa settimana.

Tutto questo ha però un rovescio. Una narrazione semplifica, seleziona, esclude. Può illuminare un aspetto della realtà oscurandone altri, generare appartenenza ma anche pregiudizi, consolare ma anche ingannare. Per questo la competenza narrativa non è solo questione di letteratura: è una forma di cittadinanza critica.

Cosa significa, concretamente, esercitarla? Significa porsi, di fronte a ogni racconto, alcune domande essenziali: chi è il protagonista e chi resta ai margini? Quali cause vengono suggerite, e quali taciute? A quale emozione la trama mira a condurmi? Significa anche imparare a raccontare diversamente — riscrivere lo stesso evento da un altro punto di vista, dare voce a chi è stato escluso, immaginare finali alternativi. È un esercizio che la scuola, la letteratura e il dibattito pubblico hanno in comune, e che riguarda in ultima istanza anche la storia che ciascuno fa di sé: perché nessuna narrazione, neppure quella della nostra esistenza, è mai l’unica possibile.

Chiara Moroni

Scritto da: Regia Glox


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