Quelle note che svelano Roma
Luca Adriani spiega perché da Venditti a Ultimo, da Califano ad Achille Lauro, la Capitale continua ad essere ancora oggi musicalmente eterna
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Infortuni sul lavoro tra allarmi e soluzioni Pierpaolo Burattini
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Il sapore delle Olimpiadi Pierpaolo Burattini
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Un amico di Primo Levi, racconta l’autore, era antifascista non tanto o non solo per convinzione politica ma, diciamo così, per ragioni lessicali: come da tradizione autoritaria, il fascismo si presentava infatti come un coacervo di slogan banali e violenti se non falsi e stupidi (“e la stupidità – scrive Levi – danneggia il consorzio umano”).
Tanto la tradizione politica progressista che quella conservatrice sono tradizioni politiche di per sé nobili che usano un lessico e immagini diverse se non contrapposte, sostenute da diverse visioni del mondo e dell’uomo, come è legittimo che sia; illegittimo e pericoloso è invece l’uso sistematico del linguaggio per occultare, confondere, istigare. Quando questo processo assurge a metodo politico, diventa criminale.
Il linguaggio è uno dei più prodigiosi strumenti umani, ma anche uno dei più fallaci: possiamo sforzarci di parlare il più precisamente possibile, ma la nostra mente ragiona per lo più per immagini e queste sono influenzate da un’infinità di fattori. Anche se parliamo la stessa lingua, se scrivo ‘casa’ (parola, dunque, di uso quotidiano) l’idea che prende forma nella mia mente sarà necessariamente diversa da quella nella mente del lettore; a essere fortunati, possiamo convenire su quattro mura e un tetto, più difficilmente sulle sensazioni evocate (non a caso, per esempio, in altre lingue si usano parole diverse per casa intesa come edificio e casa come ambiente familiare).
La comunicazione in generale, e la comunicazione politica in particolare, sono cariche di responsabilità: la politica internazionale poi è complicata dall’incontro di lingue, culture, e interessi diversi, e negli ultimi settant’anni la diplomazia ha svolto efficacemente il difficile compito di ridurre pericolose incomprensioni con un linguaggio impermeabile al conflitto e attraverso la mediazione di consessi multilaterali. Negli ultimi anni abbiamo assistito invece ad una personalizzazione completa della politica non solo nazionale ma anche internazionale: felpe e tweet dove erano partiti e interviste, programmi di governo e confronti pubblici.
Forse più pericoloso di una bugia conclamata è svuotare continuamente le parole del loro significato, negare l’evidenza, sdoganare l’uso di un linguaggio violento e mafioso: questo rende davvero difficile resistere alla confusione fra vero, falso e verosimile, o accettabile e inconcepibile. Ecco allora che sentiamo dire “pace” quando spesso invece si intende “resa incondizionata di un paese invaso, in nome della nostra (presunta) tranquillità”. Ecco, per esempio, che il Vicepresidente di una potenza mondiale parla di legittima difesa per l’agente ICE che pochi giorni fa a Minneapolis ha ucciso Renee Good portando a prova immagini che invece mostrano un omicidio. Ecco che il presidente degli Stati Uniti può dire – e ripetere – di “volere” la Groenlandia o il Canada, cha la Groenlandia “gli serve”, che si aspetta “gratitudine” e un controaltare per la “protezione offerta” (espressioni che non sfigurerebbero ne Il Padrino o in Gomorra). Parole, per altro, ripetute fino allo sfinimento, in modo ossessivo, e per questo progressivamente accettate (viene in mente Hannah Arendt sul nazista Eichmann, paradigma di stupidità ottusa e pericolosa nella storia contemporanea: quella di Eichmann era “una battaglia eroica contro la lingua tedesca, da cui però lui usciva sconfitto”, “quando anche riuscisse a produrre un pensiero originale, poi lo ripeteva fino a che non diventava una frase fatta”).
Propaganda e mistificazione politica non sono niente di nuovo, né ahimè sono prerogativa statunitense (nel settembre 1939, Il Corriere della Sera titolava: “Le proposte di Hitler per Danzica e il corridoio leali ragionevoli ed eseguibilissime lasciate stoltamente cadere da Varsavia e Londra. Inghilterra e compagni inchiodati alle loro tremende responsabilità”; nel 1956, secondo L’Unità i carri armati sovietici a Budapest “ponevano fine all’anarchia e al terrore bianco per difendere le conquiste operaie e contadine”). Nell’era di internet, quello che è nuovo però è il mezzo: una mole di informazioni inarrestabile e continua da fonte diretta, senza mediazioni e non più frenata dalle necessità e dalle limitazioni della stampa.
La bugia, insomma, diventa essa stessa sistema e istituzione, secondo una citazione comunemente attribuita a Kafka. E allora, dirà forse il lettore, che cosa facciamo? Facciamo, per esempio, l’analisi logica e grammaticale di quello che ci viene proposto come assoluto e necessario. Qual è il soggetto, qual è il verbo, risponde alle leggi comunemente accettate di logica, causa e conseguenza? Manca qualcosa? “Eseguibilissimo” non ci fa forse venire un brivido?
Per tornare a Primo Levi: dai soprusi “occorre difendersi, individualmente e collettivamente, con tenacia e intelligenza, e anche con ottimismo. Senza ottimismo le battaglie si perdono, anche contro i mulini a vento”.
Francesca Varasano
Scritto da: Radio Glox
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