Milano-Cortina rilancia la Tregua Olimpica
Elisabetta Esposito, giornalista de La Gazzetta dello Sport, ospite di Parola D'Ordine, spiega la risoluzione, proposta dall'Italia e approvata all'Onu, che propone una sospensione delle ostilità
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Non c’è due senza tre. È la terza Coppa Davis di fila, la quarta col tricolore stampato nell’albo d’oro della competizione più antica della Storia del tennis. E stavolta è stato speciale: non solo perché si è giocati in casa a Bologna, ma soprattutto per la pietra tombale che questa vittoria pone sulle inutili e sterili polemiche che hanno accompagnato gli azzurri fino al debutto.
Dopo i ‘gran rifiuti’ di Sinner e Musetti, punte di diamante del tennis italiano, in molti prospettavano a un epilogo tragico, come a dire “senza di loro siamo alla frutta”. E invece è stato lo stesso Sinner a spiegare l’errore di chi pensava ciò. L’altoatesino in un’intervista a Sky Sport, poco prima di iniziare le ATP Finals, aveva dichiarato: «la cosa che a me personalmente non mi piace è che abbiamo una squadra incredibile anche senza di me».
I fatti gli hanno dato ragione, la squadra italiana pur con l’assenza dei due top-ten è comunque di un’altra categoria. La vittoria netta, senza mai perdere un incontro e senza mai raggiungere il doppio decisivo – avendo tra le altre cose una delle coppie più forti del momento – ne è la prova lampante. Certo, non abbiamo mai affrontato giocatori sopra la ‘top 30’, ed anche la Spagna, avversaria in finale, era orfana di Carlos Alcaraz.
La verità è che il ranking e tutto quello che avviene fuori dal campo da tennis con la maglia della nazionale non contano. Ciò che conta invece sono i fatti che avvengono dentro il campo da tennis: quei momenti, quegli attimi decisivi che in una partita spesso sfuggono e si decidono rapidamente in pochi punti, in pochi scambi. Come quella volée di Paolo Canè contro Mats Wilander a Cagliari nel 1990, o l’infortunio di Andrea Gaudenzi in finale con la Svezia al quinto set nel 1998.
Chissà cosa sarebbe successo se su quel tie-break finito 17-15 in semifinale col Belgio Flavio Cobolli non avesse fatto il colpaccio. Perché è lì che l’abbiamo vinta. Forse oggi parleremmo di un’occasione sprecata, di ranking, di assenze e di rimpianti.
E invece celebriamo una Squadra e un intero movimento nazionale che in questa Davis, nonostante le criticità di una formula che non rappresenta più quella competizione che era una volta, continua a regalarci le emozioni di un tempo. Quelle emozioni che si decidono in un secondo come in uno ‘sliding doors’ dove da un lato si perde e dall’altro si vince.
Giulio Fortunato
Scritto da: Radio Glox
Elisabetta Esposito, giornalista de La Gazzetta dello Sport, ospite di Parola D'Ordine, spiega la risoluzione, proposta dall'Italia e approvata all'Onu, che propone una sospensione delle ostilità
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