Burattini Senza Fili

Lo spettro di Vannacci

today24 Giugno, 2026 31 3

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Lo spettro di un generale si aggira per l’Italia accaldata. E così il Bel Paese si ritrova, ancora una volta, sul lettino immaginario di uno psicanalista a interrogarsi, ansioso: “Che faccio, lo ignoro oppure no? Lo provo come l’ennesimo unguento magico o resto lucidamente nel mio pensiero, che si avvicina a un consueto tran tran?”

L’interrogativo amletico, probabilmente con meno pathos di quello assegnatogli dal grande Bardo, fa capolino nei talk show e poi, via via, sbarca sulle pagine dei giornali e nelle voci delle radio. E allora: Vannacci sì o Vannacci no?

Il generale ha fondato un partito (Futuro Nazionale), sa come far parlare di sé, ha il vento in poppa. Secondo i sondaggi, i suoi iscritti crescono di settimana in settimana, seminando panico o euforia. A pensarci bene, quella del vannaccismo sembra una coazione a ripetere, un teatro di nevrosi politica che mette in scena le semplificazioni più estreme, che si condensano in parole d’ordine che danno la stessa ebbrezza di sempre: risolvere problemi complessi attraverso soluzioni semplici.

Una specie di autobiografia di noi che, a cadenza temporale e sempre puntuale, dobbiamo inventarci qualcosa in cui credere anche quando sappiamo benissimo che, alla fine, resterà solo un rumore di fondo con tutti i problemi che ci rimarranno squadernati davanti agli occhi.

Come una specie di post sbornia di carattere politico.

La storia si ripete sempre, più o meno, come farsa o commedia: dal Fronte dell’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini, passando per la prima Lega dei terùn tutti a casa e senza dimenticare il grillismo degli albori tra un vaffanculo e un reddito di cittadinanza per tutti, siamo sempre davanti allo specchio di un Paese che, ogni tanto, vuole fortissimamente credere a qualcosa che, in fondo, già sa che, alla prova dei fatti, non funziona. Così ci piace.

E allora davanti al generale senza divisa, ma sempre in posa marziale, un po’ tutti noi oscilliamo tra la derisione che riduce a macchietta; l’allarme, con tanto di sirene spiegate, sul ritorno del fascismo; la paura di ritrovarci l’ennesima medicina amara da ingurgitare, in attesa che tutto passi e che la realtà torni come prima.

Così va in scena un certa paura che serpeggia nella destra meloniana, che teme che una parte del suo elettorato venga incantato dalle parole d’ordine del generale e la fa oscillare tra panico e rifiuto, liquidando il fenomeno con la voce ‘utile idiota della sinistra’.

E se di fronte al vannaccismo la destra fluttua e, forse, pensa di rincorrere qualcosa, la sinistra ha già imbracciato il megafono delle vecchie e rassicuranti parole d’ordine: il fascismo ritornante e lo sdegno per la pancia del Paese, che borbotta obbrobri.

Forse il vannaccismo si fermerà sul bagnasciuga e settembre sarà il mese del ripensamento, del ritorno al dato di realtà, ma di certo chi fa politica come mestiere non può non affrontare questo ennesimo generatore automatico di semplificazioni.

Allora sull’immigrazione bisognerebbe spiegare e, magari, ripetere a noi stessi che non esistono soluzioni miracolose e che l’Italia non è un Paese invaso o sotto assedio che deve alzare il ponte levatoio; che interi settori della nostra economia si tengono in piedi anche grazie al lavoro degli stranieri; che un Paese moderno punisce chi delinque, controlla chi entra, espelle chi deve essere espulso e presidia il territorio senza mettere in scena isteriche cacce allo straniero.

Perché l’ordine e la sicurezza nascono dall’ingresso regolare e non illegale, dall’integrazione e non dalla ghettizzazione.

E per quanto riguarda l’Europa matrigna, sempre in mano ai cattivi burocrati di Bruxelles, si dimentica sempre che l’Italia beneficia di ingenti risorse europee e che certe regolette astruse sulle zucchine vanno combattute politicamente senza pensare di rintanarsi nel proprio orticello nazionale e autarchico, che ci condannerebbe all’irrilevanza. E in politica estera il gioco di ammiccamenti e di sponda con il Cremlino, non riconoscendo la sanguinaria prepotenza di un paese invasore come la Russia di Putin, non ci rende più sicuri ma, anzi, alimenta le nostre debolezze, tanto più in uno scenario in cui lo storico alleato americano intende ritirarsi nel cortile di casa.

Dire pace non basta: bisogna vedere come e, soprattutto, a quale prezzo. E ancora: la lotta al politicamente corretto usata come una mazza per far battaglie sballate sui diritti delle minoranze non ci rende un Paese più forte della sua identità e cultura, ma solamente più spaventati e rinchiusi in un’identità che non sa riconoscere e governare i mutamenti sociali.

Come ho letto di recente, in un editoriale su Il Foglio, Vannacci si presenta come “l’ennesimo uomo forte che dice ciò che gli altri non osano dire, ma bisognerebbe ricordare che dire cose estreme non è necessariamente sintomo di coraggio: a volte, dire cose di senso comune è solo comodità, che poco ha a che fare con il buonsenso”.

Come dirlo meglio? Da sempre il coraggio, in politica, consiste nel dire che problemi complessi non hanno soluzioni semplici, a meno che non ci si accontenti di quelle sballate. Vannacci, con le sue scorciatoie, bisognerebbe affrontarlo con il dato di realtà dei fenomeni: perché i dati di fatto vincono su narrazioni e suggestioni. E perché, alla fine, noi italiani siamo meno stupidi di quanto pensiamo di essere. E i fatti hanno la testa dura.

Buona estate a tutti, anche al generale Vannacci.

Pierpaolo Burattini

Scritto da: Regia Glox


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