Dall’Europa mano tesa agli insegnanti di sostegno
A Prisma segretario generale dell'Associazione Sindacale Professionale, Daniela Rosano, spiega l'importanza della decisione del Comitato europeo dei diritti sociali
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Il primo dicembre scorso è scomparso Nicola Pietrangeli. Il ‘Sinner’ del tennis anni 60. Era lui il volto di uno sport completamente diverso da come lo conosciamo oggi. Si giocava solo sui campi “rossi” in terra battuta e sui prati verdi di erba. Si giocava con le racchette di legno tirate con il budello, ovunque rigorosamente vestiti di bianco. I suoi successi sulla terra rossa di Parigi, i record in Coppa Davis e le vittorie agli Internazionali d’Italia rappresentano le fondamenta su cui oggi l’intero movimento poggia.
Con Pietrangeli il tennis iniziò a essere sport di rilevanza nazionale e non più un passatempo d’élite. Lo evocava più volte anche quando si riscoprì telecronista. Evidenziava infatti le sostanziali differenze col tennis da lui giocato con quello da lui commentato, soprattutto a livello monetario.
Fu un grande giocatore, ma anche un grande leader. Nel 1976, quando la Nazionale di Tennis, si qualificò in finale per affrontare il Cile in casa di Pinochet nel bel paese si apri, come di consueto, un accesa polemica: da Modugno, a Tognazzi, da Scalfari, a Biagi, molti intellettuali e opinionisti presero posizione in merito al grave errore nell’andare a giocare la finale. Il motivo? L’idea era che la partecipazione della nazionale italiana avrebbe favorito una grande operazione propagandistica, che oggi definiremo “ibrida”, verso il regime cileno. Motivo per cui non dovevamo giocare. “Questa finale non va giocata”, “via dalla Davis sporca di sangue”, gridavano le piazze dell’epoca allo sventolio di racchette “baionettate” e della bandiera del Cile.
In questo clima fu Pietrangeli a imporsi: “se il presidente non ci manda mi dovete togliere il passaporto, solo allora non andremo”, raccontava, “ho dovuto discutere con Andreotti ho fatto un comizio assieme al senatore Moretti, il capo dello sport del PSI, altro incontro molto importante è stato con Giancarlo Pajetta, praticamente il ministro degli esteri del PCI”. Fra incontri, dibattiti in tv, e il sostegno di tutta la squadra, alla fine quella partita si giocò, e l’Italia vinse la sua prima Coppa Davis. Raccontava Pietrangeli: “Io non mi sono mai preso il merito sportivo, ma non divido con nessuno il fatto di averli portati in Cile”.
Alla fine, Nicola Pietrangeli resta questo: il simbolo di un tennis antico ma che stava per diventare nazional-popolare e di un’Italia che discuteva, si divideva e sceglieva come sempre. Un campione capace di imporsi sul campo e nei momenti in cui il silenzio sarebbe stato più comodo, anche con le sue idee controverse.
Giulio Fortunato
Scritto da: Radio Glox
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