La brava gente

Le macchine non sognano al posto nostro

today21 Maggio, 2026 23

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C’è qualcosa di profondamente ironico nel modo in cui difendiamo l’arte.

La difendiamo spesso a posteriori, quando è già stata venduta, consumata, ridotta a contenuto. La difendiamo quando una scrittrice premio Nobel pronuncia la parola “intelligenza artificiale” e, nel grande tribunale che chiamiamo internet, qualcuno decide che allora no, non vale più. Non è più letteratura, non è più genio, non è più fatica. È sospetta.

È accaduto a Olga Tokarczuk, finita al centro di una polemica dopo alcune dichiarazioni fatte durante un incontro a Poznań. La colpa, a quanto pare, sarebbe stata quella di aver ammesso di interagire con un Large Language Model durante il lavoro sul suo nuovo romanzo. Da lì, la solita dinamica: una frase si stacca dal corpo del discorso, viene esposta alla pubblica indignazione, perde il contesto e guadagna un verdetto. Tokarczuk avrebbe delegato la scrittura all’intelligenza artificiale. Avrebbe tradito la letteratura.

Poi, come spesso accade, la realtà si è rivelata meno comoda dello scandalo. Tokarczuk ha precisato che l’AI non ha scritto, né scriverà, una sola riga al posto suo. La usa come assistente di ricerca, per recuperare informazioni, fare controlli, cercare dettagli. Cose che, fino a qualche anno fa, avremmo chiamato documentazione. Eppure la polemica è interessante proprio perché sproporzionata.

Non perché ci dica qualcosa di definitivo sull’intelligenza artificiale, ma perché dice moltissimo di noi. Del nostro bisogno quasi infantile di immaginare la scrittura come un gesto incontaminato. E della facilità con cui confondiamo la presenza di uno strumento con la sparizione di un autore.

È curioso: abbiamo accettato da anni che la tecnologia partecipi alla forma delle nostre parole. Ma quando questa partecipazione tocca la letteratura, cioè il luogo in cui pretendiamo che l’umano resti riconoscibile, allora ci irrigidiamo.

Forse perché la letteratura, più di altre cose, continua a essere per noi una prova di esistenza. Uno scrittore non dovrebbe solo produrre frasi, dovrebbe averle attraversate, dovrebbe averci perso tempo e pazienza. In fondo, non chiediamo a un romanzo soltanto di essere bello, gli chiediamo di contenere una fatica.

La macchina, invece, non ha corpo, non ha infanzia, non ha memoria, non ha vergogna. Non ha mai desiderato essere capita, non ha mai avuto paura di non esserlo. Può costruire una frase malinconica, ma non sa cosa significhi essere stati tristi in una stanza precisa, in un pomeriggio preciso, senza un’utilità narrativa. Ed è forse qui che nasce la paura.

Non tanto dal fatto che l’intelligenza artificiale possa scrivere, ma dal fatto che, a volte, possa scrivere abbastanza bene da farci dubitare di ciò che cerchiamo davvero in una frase. Vogliamo l’efficacia o la presenza? La pulizia o l’imperfezione? La risposta esatta o il tremore di chi non sa ancora cosa sta dicendo?

Perché la scrittura, quando è vera, non è mai soltanto comunicazione. È anche inciampo, è una forma di disobbedienza al linguaggio già pronto. È il tentativo, spesso fallimentare, di dire qualcosa che non era ancora stato organizzato in una formula. Ed è proprio per questo che la scrittura

umana può essere scomoda. Non sempre funziona, non sempre consola, non sempre arriva dove vorrebbe.

La macchina, invece, tende a funzionare. Ed è questo, il suo limite più inquietante.

Dove noi balbettiamo, lei fluidifica. Dove noi ci contraddiciamo, lei armonizza. Dove noi lasciamo una frase sporca perché non sappiamo ancora pulirla senza tradirla, lei propone una versione più elegante, più chiara. Ed eccola, allora, la tentazione. Non quella di far scrivere un romanzo a una macchina, quella sarebbe quasi banale. La tentazione più profonda è farci restituire da una macchina una versione migliore di noi stessi, più lucida, più educata, più brillante. Una versione che sappia sempre cosa dire, come dirlo, con quale tono, con quale ritmo, con quale grado di empatia. Una versione, insomma, priva dell’imbarazzo di essere umana.

La “brava gente” ha sempre avuto un rapporto complicato con l’imbarazzo, preferisce le formule ai conflitti e le opinioni ordinate alla fatica del dubbio. L’intelligenza artificiale sembra offrirci una via d’uscita dalla confusione ma rischia anche di renderci dipendenti da una chiarezza che non abbiamo conquistato, perché una frase scritta bene può proteggerci dalla responsabilità di averla sentita male. E allora il problema non è più solo letterario, è morale.

Forse Tokarczuk, più che scandalizzarci, ci ha solo ricordato una cosa ovvia: gli scrittori hanno sempre usato strumenti. Archivi, mappe, fotografie, lettere, motori di ricerca, conversazioni ascoltate per caso, vite degli altri. Nessun romanzo nasce davvero dal nulla. La mente creativa è già, in sé, un luogo affollato. La domanda non è se uno strumento entri nel processo, la domanda è chi resta responsabile della forma finale e dello sguardo.

Non si può automatizzare la necessità interiore di dire proprio quella cosa, in quel modo, assumendosene le conseguenze. Ed è qui che la polemica intorno a Tokarczuk diventa quasi comica. Abbiamo trasformato una riflessione sul lavoro creativo in una caccia alla purezza, come se la letteratura fosse minacciata non dalla perdita di attenzione, dalla riduzione dei libri a prodotti da lanciare e dimenticare, ma da una scrittrice che chiede a una macchina quale canzone d’epoca potrebbero ballare i suoi personaggi.

Il punto più amaro, infatti, non è l’AI. È il resto.

È il fatto che Tokarczuk abbia parlato anche della fatica di scrivere, dell’incertezza sul destino di un libro, della sproporzione tra l’energia richiesta da un’opera e il riconoscimento che spesso riceve. È il fatto che abbia ipotizzato che il suo prossimo romanzo possa essere l’ultimo, anche perché il pubblico contemporaneo sembra sempre meno disposto ad attraversare strutture complesse, lente, stratificate.

Ma questo ci interessa meno.

È più facile indignarsi per la macchina che chiederci che cosa abbiamo fatto noi alla lettura. Vogliamo l’opera complessa, purché non ci costringa a sentirci esclusi. La macchina, in fondo, non arriva in un mondo innocente. Forse è per questo che ci fa così paura: perché ci somiglia. Somiglia alla nostra impazienza, alla nostra voglia di risposte, alla nostra tendenza a preferire la formula al percorso. Somiglia al modo in cui abbiamo iniziato a parlare anche prima che arrivasse lei: per frasi pronte, per posizioni riconoscibili. Somiglia al nostro desiderio di essere originali senza restare soli troppo a lungo con qualcosa di davvero nostro. La macchina non sogna al posto nostro, dice Tokarczuk con ironia. E forse dovremmo ripartire da qui.

Ilaria Petrongari 

Scritto da: Regia Glox


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