Caro amico, ti scrivo, così mi distraggo un po’. L’anno vecchio è finito, ormai. E tra poco ne inizierà uno nuovo. Dopo cene e pranzi di capodanno, botti e feste, per i primi mesi andremo avanti a scrivere date sbagliate, con un nostalgico attaccamento a questo 2025 appena concluso, poi ci abitueremo: il 2026 sarà il nostro presente ma, quasi nello stesso istante, sentiremo nell’aria già le canzoni di Natale. E via a ripartire di nuovo.
Vorrei dire in poche parole cosa è stato quest’anno, riassumerlo, sintetizzarlo. Ma non è un’idea così geniale. Mi ha ispirato però una scelta che ha fatto Treccani. Come al solito alla fine dell’anno, i dizionari tentano di raccontare un anno intero con una parola. Una sola parola che racchiude i 365 giorni del 2025: fiducia. “L’atteggiamento di tranquilla sicurezza che nasce da una valutazione positiva di una persona o di un gruppo verso altri o verso sé stessi”. Treccani ha scelto questa parola per due motivi.
Primo: sembrerebbe essere tra le parole più ricercate dagli utenti online nel 2025.
Secondo: la parola fiducia descrive il contrario del 2025.
Una parola per descrivere ciò che è mancato nell’anno, ciò che non c’è ma anche ciò che cerchiamo. Pensiamo alla fiducia non nella sfera emotiva e psicologica, ma socio-politica, non è certo la sintesi dei nostri tempi. Specialmente se ci paragoniamo a qualche decennio fa, gli anni dei nostri genitori o nonni (ricordo ai lettori che conta l’età percepita non quella anagrafica) e del miracolo economico italiano. Mi sorprende quanto fosse centrale, viva e reale l’idea di crescita, di sviluppo, di un futuro migliore. Bastano poche immagini plastiche. Si prendevano mutui a tasso variabile, perché domani sarà meglio di oggi. I figli andavano a scuola e la scuola era un’ascensore sociale, perché se tu studi, figlio mio, avrai un futuro migliore del nostro. Per i partiti di un colore c’era “il sol dell’avvenire” ma per gli altri c’era “l’avvenire dei nostri figli”. Il futuro era al centro ed era un futuro migliore del presente. Ecco, questa era fiducia piena: nelle proprie possibilità, nella comunità, nello stato, nella politica.
Ma allora la Treccani ci prende per il culo? Cioè, oltre il danno anche la beffa. A noi di tutto questo è rimasto poco e niente. Ci sono alcune generazioni, tipo la mia, quelle della fine del secolo, che sono nate e cresciute in uno stato in crisi. Non abbiamo mai avuto una prospettiva fiduciosa davanti e quindi che ci resta?
La risposta è così facile quanto complessa. Ci resta la scelta. Infondo i nostri nonni/genitori, avevano un orizzonte positivo ma un presente molto più instabile del nostro, eppure hanno scelto la fiducia, aiutati dal contesto, certo. Ma una scelta l’hanno fatta. E questa scelta spetta anche a noi. Forse dobbiamo cercarla, trasmetterla, proteggerla. Ma tocca a tutti. Nel 2025 la Treccani ci ha indicato una via, l’anno che verrà ha già il suo buon proposito pronto. Ci fidiamo?
Martino Tosti