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La storia siamo noi, nessuno si senta escluso

today29 Maggio, 2026 88 3

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Io sono nato vecchio. Non ci sono dubbi, lo so. Ho sempre amato una cultura passata, mi piacciono gli scrittori neorealisti, amo gli anni ’60 e ’70 italiani, amo la musica di quegli anni. Amo e ho sempre amato Francesco De Gregori che è al centro del ciclone in questi giorni. Il Principe romano che con grande abilità è quasi sempre sfuggito alle polemiche, ai riflettori, quello che, ancora oggi, dopo decenni di carriera sul palco parla poco perché “devono parlare le canzoni”, quello che non si concede mai più del necessario, il borghese del popolo, alla fine è caduto. È caduto nel senso che anche lui è stato travolto dalla nostra epoca delle shitstorm: una ventata di merda che ti arriva addosso per una micro dichiarazione estrapolata da qualche contesto che conta zero per la pubblica gogna. Una ventata di merda che dura pochissimo, al massimo un paio di giorni, perché fortunatamente il vento gira in fretta e va a ricoprire di merda il prossimo fortunato che sarà, a suo malgrado, il protagonista della scena per le successive 48 ore e via a proseguire così. Purtroppo ogni epoca ha la sua Santa Inquisizione e noi abbiamo la nostra: il dibattito sui social. L’antefatto neanche c’è bisogno di spiegarlo perché è facilissimo: De Gregori, che presenta un nuovo tour musicale, sollecitato a rispondere su temi di attualità, dice di sentirsi in imbarazzo, oggi, quando sente artisti prendere pubblicamente posizioni forti su argomenti altrettanto pesanti: Gaza, Iran, America. Rivendica il diritto di sentirsi confuso, di non dover dare lezioni a nessuno e tantomeno prenderne da nessuno, specialmente da cantanti o uomini di spettacolo (categoria alla quale lui stesso appartiene).

Prima mia reazione: confusione. Ma come – mi dico – proprio lui? Proprio De Gregori che ha rappresentato, in una certa stagione italiana, l’idea del cantautore impegnato, quello schierato, quello che diceva di appartenere ad una “sinistra d’arte”, come Pasolini, Guccini, Pavese o Moretti? Quello che è stato processato al Palalidio di Milano, negli anni della contestazione, dai manifestanti di estrema sinistra perché scriveva canzoni troppo poco di sinistra?

Seconda mia reazione: schifo. E non è colpa di De Gregori, è colpa della stampa. Guardo come trattano la notizia i grandi quotidiani d’Italia: la destra lo prende come nuovo modello perché “ha dato una bella lezione a sinistra”, perché – dicono – si schiera contro la Flotilla, contro Gaza e con Israele, con Trump ma contro Springsteen. Poi guardo dall’altra parte: una flotta di editorialisti, di cantanti, artisti che non riconoscono più il De Gregori PCI, fiutano il tradimento e non gli sta bene, lo attaccano e dicono senza mezzi termini: caro De Gregori, ci hai tradito.

Terza mia reazione: ammirazione. Poi ci penso bene, ma certo che è lui. Proprio quel De Gregori che fu contestato al Palalidio di Milano dai manifestanti di estrema sinistra perché scriveva canzoni troppo poco di sinistra. Lui scriveva ‘Buonanotte Fiorellino’ e gli dicevano che non andava bene, perché lui doveva cantare la rivoluzione, non doveva far pagare i concerti al popolo, doveva combattere l’industria e i padroni. Sapete cosa fece De Gregori dopo quel pubblico processo assurdo del Palalidio? Si ritirò a vita privata, smise di fare il cantautore per un po’, fece il bibliotecario in una libreria di Roma. Ma si, certo. È sempre De Gregori. Intendiamoci bene: il Principe in passato ha fatto ciò che lui oggi ritiene inadeguato: esporsi dal palco pubblicamente su temi di dibattito, a volte solo cantando, altre volte anche parlando (molto poco). Ma la notizia è che i tempi cambiano e con questo anche gli artisti. De Gregori dice una cosa rivoluzionaria e meravigliosa: oggi, i tempi sono diversi e per questo io sono diverso. Rivendica un diritto di cui ho parlato spesso come un lusso dei nostri tempi: il diritto al grigio. Quella preziosa possibilità di essere confusi, di non dover per forza essere schierati, di abitare il dubbio. Ed è talmente fragile questo diritto al grigio, in questi nostri tempi, che a fronte di una dichiarazione così netta di non voler prendere posizioni il sistema va in tilt. De Gregori dice, parafrasando: io su Gaza non voglio prendere posizioni pubbliche. Sapete che succede? Tutto il contrario. Se non sei come me, sei contro di me. Automaticamente per i ProPal De Gregori è un traditore, per i Pro Israele De Gregori è un sostenitore della causa. L’obbligo alla polarizzazione ci sta togliendo l’elementare capacità di ascolto e comprensione; vi ricordate quando, da piccoli, le nostre mamme ci dicevano che ascoltavamo solamente quello che volevamo sentirci dire? Ecco, è esattamente così. Quindi, in chiusura, ha ragione De Gregori a dire che non vuole prendere posizioni o ha ragione Elisa che, oggi in polemica con il Principe, rivendica di aver difeso pubblicamente la Flotilla e gli ricorda che schierarsi pubblicamente è fondamentale? La risposta, per me, è semplice: hanno ragione entrambi, sono due legittime posizioni artistiche e, anche, umane. Perché la Storia siamo noi, nessuno si senta escluso: i neri, i bianchi e – fortunatamente – anche i grigi.

Grazie, Principe.

Martino Tosti

Scritto da: Regia Glox


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