Caffè Europa

Il leone, l’asino, e la guerra in Iran

today16 Marzo, 2026 65 5

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In una nota favola di Esopo, il leone vecchio e malato esige che gli animali della foresta gli facciano visita nella sua tana per rendergli onore, ma l’asino, che proprio asino non è, non ci va perché osservando la situazione ha capito che gli animali entrano ma poi da lì non escono più. Fabula docet: la prudenza non è vigliaccheria ma intelligenza, ed è saggio capire il contesto e riflettere invece di prendere decisioni avventate, cercando di prevedere almeno le prime conseguenze delle nostre azioni.

Lo scorso 28 febbraio, gli Stati Uniti ed Israele hanno lanciato un attacco contro l’Iran: nelle intenzioni si sarebbe dovuto trattare di un intervento di qualche giorno appena, ma la guerra si trascina già da due settimane con conseguenze pesanti (del resto la storia sembrerebbe insegnare che le guerre cosiddette lampo sono tali nei fatti e non nelle dichiarazioni, ovvero si fanno e non si dicono). Gli alleati storici, tra cui l’Europa, nonché gli alleati medio orientali, non sono stati coinvolti nel processo decisionale dell’attacco, ma messi di fronte al fatto compiuto (in fieri, in realtà) e alle sue conseguenze. Gli scopi e le circostanze dell’attacco non sono stati condivisi, e le opinioni pubbliche europee (come i loro governi) sono per lo più confuse e frustrate da quello che sembra l’ennesimo intervento unilaterale della parte di mondo che ricusa e deride il multilateralismo. Una delle cause implicite alla guerra era il cambio di regime, ma a Khamenei, il leader supremo iraniano ucciso in un attacco, è per ora successo il figlio: la dittatura, seppur decapitata, prova a riconsolidarsi, forte di un potere irrobustito nel corso di decenni; le sue reazioni sono imprevedibili (e, soprattutto, nessuno sforzo sembra essere stato fatto per prevederle). Il prezzo del petrolio, ovviamente, sale (e con lui il malumore delle opinioni pubbliche); il rischio di un’escalation si spera improbabile ma è purtroppo reale; persino la strategia militare sul campo sembra disordinata (secondo un’inchiesta del New York Times, il missile che all’inizio della guerra ha colpito una scuola elementare causando 175 morti sarebbe stato americano, lanciato per errore sulla base di dati obsoleti che davano l’area come parte di una base militare). Insomma, in Iran l’amministrazione statunitense sembra confermare l’unica cifra politica finora emersa dal suo operato: la confusione perpetua, dato certo in una mole improbabile di azioni e parole spesso in contrasto fra di loro e con lo stesso senso di realtà, ma lo stesso portate avanti e pronunciate con convinzione a velocità inarrestabile.

Quello iraniano – bisogna dirlo chiaramente – è un regime sanguinario e repressivo, che ha oppresso donne, oppositori, minoranze etniche e religiose, nonché la stessa dignità umana, e che solo nelle ultime settimane ha ucciso migliaia di manifestanti: la fine di un regime simile sarebbe una notizia da festeggiare per chiunque abbia a cuore la libertà. La sua capitolazione, però, al momento non è scontata, né è chiaro quale potrebbe essere in caso il processo di transizione, che certamente spetta alle forze democratiche iraniane e a nessun altro.

Con lo scoppio delle ostilità, l’Europa – intesa sia come istituzioni europee che paesi europei – si è mostrata prudente, esprimendo vicinanza al popolo iraniano, condanna per gli attacchi dell’Iran ai paesi vicini e poco altro; Ursula von der Leyen ha convocato una riunione per il lunedì successivo all’inizio dei bombardamenti. L’internet, come direbbe mio padre, si è scatenato con meme come quello del compianto chef Anthony Bourdain che munito di sciarpina e occhiali da sole si fuma una sigaretta al tavolino di un caffè di Parigi e dice più o meno: sono fuori ufficio, della guerra mi occupo lunedì. La reazione europea, però, è di fatto inevitabile: l’attacco all’Iran non è stato discusso preventivamente con le cancellerie europee, e la prudenza è sia dovuta di fronte ai limiti oggettivi delle istituzioni europee (limiti dettati dagli stati membri), che non hanno competenza esclusiva in ambito di politica estera né di difesa, ma per cui è necessaria concertazione, sia doverosa in virtù di una situazione internazionale ed economica sempre più complicata (anche grazie alla confusione portata dall’amministrazione Trump), con inevitabili ripercussioni fra l’altro sul fronte ucraino. La Cina, del resto, le cui relazioni internazionali si distinguono per una logica di lunghissimo periodo, al momento sembra osservare a distanza il conflitto medio orientale.

Ridurre le sorti dell’Iran e delle sue genti (come pure è stato detto sull’Ucraina) sostanzialmente a una seccatura per l’aumento della benzina e al caro prezzi è un fallimento morale oltre che un insulto a uomini e donne che combattono per la libertà, ma la prudenza, che non dovrebbe essere semplice cautela ma saggezza, deve necessariamente guidare la ragione e le azioni. Tornando a Esopo, soprattutto se – dico per dire – quello che il leone vecchio e malato cerca di nascondere nella sua tana sono i dettagli del dossier Epstein e un consenso interno sempre più incerto.

Francesca Varasano

Scritto da: Regia Glox


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