L’importanza di non parlarsi addosso
A Prisma Nicola Donti, esperto di Filosofia e comunicazione, spiega come sui social e non solo sia importante smettere di parlare a se stessi e cominciare a parlare agli altri
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Qualche giorno fa Claudio Velardi, direttore de Il Riformista, ha lanciato dalle pagine del giornale che dirige un appello crudo e diretto: “morte allo storytelling”. In questo articolo Velardi compone un quadro preoccupato della realtà comunicata e condivisa in cui siamo immersi, collegando in modo forse un po’ semplicistico, fenomeni molto complessi della nostra contemporaneità come il metodo narrativo, appunto, la post verità, l’uso strumentale dei processi di attenzione del pubblico, la forza distraente dell’emotività collettiva ecc.
La responsabilità, dice Velardi, è dell’abuso non tanto quantitativo ma soprattutto strategico, di una tecnica comunicativa, lo storytelling, che introdotta dal marketing ha finito con il coinvolgere ogni rappresentazione della realtà, forzando la percezione di una ‘verità’ che è sempre più incerta.
Anni fa (2017) pubblicai per Franco Angeli un libro nel quale descrivevo l’uso dello storytelling come strategia politica di alcuni leader italiani, allora più in auge di oggi, sottolineando come la narrazione – con i suoi poteri intrinseci di affascinazione, identificazione e attivazione cognitiva – fosse uno strumento interessante di comunicazione politica. L’obiettivo dello storytelling politico è quello di veicolare un mix di idee, valori, accenni biografici del leader e aspirazioni collettive, attraverso una formula antica quanto l’uomo ed eccezionalmente efficace: le storie.
Da quello studio ho continuato ad osservare lo sviluppo dello storytelling, che trovo perfettamente in linea con gli obiettivi di marketing e con l’illusione pubblicitaria, ma che diviene disturbante per l’applicazione generale, priva di scrupoli e invasiva, che di questa tecnica stanno facendo tutti i soggetti che variamente si muovono nello spazio pubblico. Sistema dell’informazione, politica, istituzioni sembrano rispondere alla complessità contemporanea, all’estrema difficoltà di spiegare e interpretare dinamiche, che per dimensioni e implicazioni pregresse richiederebbero una cauta capacità di interconnessione descrittiva, con “storie” semplici, emotivamente appariscenti, scarsamente analitiche.
La strumentalizzazione semplicistica della narrazione immette nel flusso informativo – già compromesso dalle derive percettive legate al mondo della comunicazione digitale, dalla bassa capacità di attenzione e di contestualizzazione del pubblico – storie distraenti al limite della verosimilarità che inquinano lo spazio condiviso e riducono ancora di più la capacità di distinguere, comprendere e decidere.
Claudio Velardi, uomo di notevoli capacità comunicative, provoca l’opinione pubblica su una questione centrale che non è tanto la pericolosità dell’abuso dello storytelling quanto la necessità di incrinare l’illusione collettiva e di sollecitare tutti noi, ammaliati dalla forza emotiva delle storie che ci vengono raccontate, a mettere in discussione quello che sentiamo, leggiamo e vediamo, partendo dal presupposto che tutto è più complesso, articolato e disorganico di quello che sembra.
Per il nuovo anno il proposito è quello di ricercare la Realtà, sfidando le verità più semplici e accomodanti, le storie che sviluppano tutto il proprio senso nell’emozione e le asserzioni assolute e indiscutibili, in definitiva credere meno dubitare di più.
Chiara Moroni
Scritto da: Radio Glox
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