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Cosa c’è da capire sul rilascio di Alberto Trentini Pierpaolo Burattini
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Facciamo un gioco. Immaginiamo che la Commissione Europea abbia pubblicato un documento che individua tra le sue priorità strategiche la frammentazione degli Stati Uniti d’America, e per ottenerla si proponga di fomentare la “resistenza” contro le attuali istituzioni federali, e sostenere alcuni stati contro altri, per esempio quelli che in questo momento ci sembrano più affini, che so, la California governata da Gavin Newsom, che è bello e ci sta simpatico.
Grottesco, vero? Il National Security Strategy of the United States of America, appena pubblicato, dice sostanzialmente questo sull’Europa (le priorità strategiche 2024 -2029 delle istituzioni europee sono difesa, democrazia, crescita sostenibile e equità sociale).
Il documento dell’amministrazione americana, uno scoppiettante fuoco d’artificio, va avanti con tono paternalistico: l’Europa deve difendersi da sola, e “va aiutata a correggere il suo corso”. Gli Stati Uniti provano, bontà loro, “un comprensibile affetto per il continente europeo”, e se ne preoccupano perché temono, non si capisce bene in che senso, che fra qualche anno “alcuni paesi NATO diventeranno a maggioranza non europea” (sic). Nel testo invece non c’è traccia o quasi della Russia, per cui l’attuale presidenza americana non è altrettanto prodiga di consigli e minacce. L’NSS si va ad aggiungere ad altri recenti attacchi diretti, quasi personali, dell’amministrazione americana alle istituzioni europee, colpevoli tra l’altro di lesa maestà per una multa comminata a X (già Twitter) di Elon Musk: invece di essere un confronto fra diplomatici, però, queste dichiarazioni avvengono attraverso i social, con contorno senza precedenti di mi piace, cuori, e re-post della controparte russa, in un clima da diario di terza media.
Mettiamo da parte il resto per un momento: che cosa significa essere europei, e chi lo decide? Forse senza sapere che Donald Trump avesse la risposta in tasca, e appena prima di lui e dei suoi accoliti, gli intellettuali e accademici di questo continente si sono posti la stessa domanda, e la risposta non è affatto univoca, come del resto ci si aspetta da un dibattito sano. I confini d’Europa sono piuttosto chiari ad occidente, un po’ meno a sud, e senz’altro confusi ad oriente, dove manca un confine geografico netto prima degli Urali. La Turchia, per esempio, un paese NATO come da citazione dell’NSS, è europea? Dipende da a chi lo chiediamo e da che cosa intendiamo per “essere europei”. L’Europa che conosciamo oggi non si è sviluppata soltanto a Berlino e Parigi, ma è anche il risultato dell’imprescindibile contributo storico e culturale arrivato dall’altra sponda del mar Mediterraneo, indipendentemente dalla religione o dalla lingua di provenienza. Ma forse il sottointeso è ancora più insidioso, ed ha a che fare con il colore della pelle. Questo pure però pare terreno scivoloso: stando a questo criterio, Puškin per esempio era russo? Proprio Puškin, fra i padri fondatori della lingua e letteratura russa, era di origine africana: un antenato proveniva dal corno d’Africa, uno schiavo poi liberato ed elevato al rango nobiliare dallo Zar, e pare che lo scrittore ne andasse orgoglioso.
Secondo la famosa definizione di Ernest Renan, una nazione è “un plebiscito di tutti i giorni”, a sottolineare l’importanza della volontà di essere quello che siamo, un fatto molto più complesso di una riga sul nostro certificato di nascita. Un simile principio si applica a mio vedere anche al nostro continente: siamo europei anche perché scegliamo di affermare la nostra identità europea. La storia comune europea, la nostra cultura, una dialettica di valori condivisi, sia le lingue vive sia le lingue morte di questo continente e la loro commistione, i nostri accenti e dialetti: questo e molto altro ci rende europei. L’Europa è la somma delle sue nazioni ma è anche molto altro, è un dibattito aperto, ed è un dibattito eminentemente europeo, con buona pace di chi altrove pensa di avere tutte le risposte. L’essenza dell’Europa è infatti anche un quid che cogliamo chiaramente al confronto con l’altro da noi, un non detto: di certo l’Europa non è l’America, né la Russia, né la Cina – non perché sia necessariamente migliore di Cina, Russia, o America, ma appunto perché è diversa, e provare a definirla spetta a noi e ai nostri figli.
Parlando del presidente americano: essendo per ora fallito l’ostinato tentativo di riuscire a farsi assegnare il premio Nobel per la pace, Donald Trump ha ricevuto però un premio ad hoc dalla Fifa, sempre a tema pace nel mondo (questione di cui non risulta la Fifa si sia mai occupata. Miss Mondo invece sì, e con una certa serietà di intenti a riguardo). Nel 1981, il premio Nobel (questo sì) per la letteratura fu assegnato ad Elias Canetti: Canetti era di famiglia ebrea sefardita di lingua spagnola e nacque in Bulgaria (al confine con la Romania), dove passò l’infanzia circondato da turcofoni; naturalizzato britannico, scrisse però in tedesco e definì Zurigo la sua patria (era abbastanza europeo quindi Canetti? Abbastanza svizzero per sentirsi tale?). Del Nobel, Canetti disse che l’importanza di averlo vinto stava nell’aver capito che vincere un Nobel non era affatto importante: “soltanto quando uno non lo ha avuto, gli sembra desiderabile”. Un consiglio saggio, ma forse erano altri Nobel.
Francesca Varasano
Scritto da: Radio Glox
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