Quando la provincia arriva sul palcoscenico mondiale
A Parola D'Ordine il giornalista e critico cinematografico Mattia Carzaniga parla del del film ‘Il visionario garbato’ su Brunello Cucinelli e mette in evidenza aspetti e particolari inediti
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La Sindrome di Stendhal viene definita dall’Enciclopedia Treccani come «un complesso di manifestazioni di disagio e sperdimento psichico conseguenti a una forte esperienza emozionale subita, in particolare da visitatori di centri storico-artistici dove più forte e caratterizzante è il contesto culturale. (…) L’analisi della sindrome ha messo in evidenza le complesse interazioni psicosomatiche che possono attivarsi in alcuni individui, con particolari condizioni psichiche predisponenti, quando il contesto ambientale favorisce aspetti di sradicamento rispetto alle proprie abitudini di vita».
Sradicamento rispetto alle proprie abitudini di vita.
Sradicare è una parola potentissima: indica qualcosa che viene strappato dal nucleo di un piano d’esistenza, in questo caso dalle abitudini. La Sindrome di Stendhal dimostra che, in casi assai rari, la bellezza può essere capace di destabilizzare il nostro equilibrio. Nel concetto di bellezza, oggettività e soggettività si scontrano; fatichiamo a distinguerne i confini, un po’ come quando si cerca di capire quale sia il sale e quale lo zucchero senza alcuna etichetta a suggerircelo.
Dal mio canto, posso affermare che ciò che caratterizza la concezione del bello, del buono e del puro risiede nelle sensazioni, nelle emozioni. In quel latente senso di gratitudine che alcuni associano a un credo religioso, altri all’universo, altri ancora a un semplice barattolo con scritto ‘salt’ o ‘sugar’.
L’insoddisfazione -figlia prediletta del periodo storico attuale- non ci concede più di godere degli aspetti più autentici della nostra quotidianità; ci rende ciechi e, soprattutto, ci fornisce un alibi per affermare che la bellezza non esiste più, che non c’è spazio per essa, adesso.
E se oggi il problema non fosse più l’eccesso di emozione, ma la sua assenza?
La società contemporanea sembra aver perso la capacità di lasciarsi attraversare dal bello, dal buono e dal puro, come se queste dimensioni fossero diventate estranee, quasi sospette. Accade l’opposto: non è più la bellezza a sradicarci, ma l’abitudine a proteggerci da essa. Siamo anestetizzati.
Ed ecco che in una serata qualunque tra amici mi risuona questa frase:”Dobbiamo riabituarci al bello”.
Il bello richiede tempo, cura ma soprattutto, pazienza. ll concetto di “vita lenta”, negli ultimi anni, ci affascina terribilmente: video di lenzuola stese, anziani che parlano al bar sorseggiando un caffè, genitori che accarezzano animali. Minimal, aesthetic: tutti sinonimi di un concetto chiave, quello dell’apprezzamento degli aspetti silenti della nostra vita, presenti da sempre.
Lungi da me criticare trend social per i quali dovremmo essere, paradossalmente, grati, visto che hanno riportato ai nostri occhi una minima parte di bellezza in un mondo costruito sulla paura. Forse, allora, di fronte alla meraviglia per qualcosa di puro -e che dovrebbe essere scontato nella nostra quotidianità- dovremmo chiederci perché siamo così stupiti, perché quelle parole ci hanno resi così felici, perché quel gesto ha causato una reazione fin troppo euforica. Perché il nostro periodo storico, la società in cui viviamo, non ci permette più di distinguere cos’è il bello.
Non è una fuga dal dolore del mondo, né una forma di negazione. Al contrario: è forse l’unico modo che abbiamo per continuare a guardarlo senza esserne travolti. L’attualità ci raggiunge ogni giorno con un’intensità che non lascia spazio alla sedimentazione. Guerre, crisi, violenze, catastrofi: tutto accade sotto i nostri occhi, in tempo reale, e ci viene consegnato senza mediazione, senza silenzio, senza tempo. Siamo costantemente chiamati a sentire, ma raramente messi nella condizione di elaborare. Così, più che consapevoli, diventiamo saturi; più che empatici, esausti. In questo contesto, il bello assume una funzione inattesa e profondamente politica: ci restituisce la misura. Ci insegna che non tutto è urgenza, che non tutto è rumore, che esistono ancora spazi in cui l’umano può respirare. La bellezza non cancella il dolore, ma lo rende attraversabile.
Riabituarsi al bello significa allora allenare uno sguardo capace di reggere la complessità: vedere ciò che manca senza perdere ciò che resta; riconoscere la ferita senza smettere di credere nella cura.
Ed ecco che ora ho la risposta adatta per quegli amici di una serata qualunque: «Dobbiamo riabituarci a lasciare che il bello possa ancora meravigliarci». Un po’ come quando pensiamo di aver messo lo zucchero nel caffè e invece era sale.
Glossario (inutilmente necessario)
-Sradicamento: sensazione fastidiosa che si prova quando qualcosa di bello ci costringe a pensare invece di scorrere.
-Bellezza: evento raro. Di solito arriva quando non abbiamo tempo e se ne va quando finalmente potremmo dedicarle attenzione.
-Anestesia emotiva: stato molto diffuso. Si riconosce dalla frase: “Sì, vabbè, però…”
-Vita lenta: concetto che amiamo moltissimo, purché resti nei video degli altri.
-Meraviglia: reazione sproporzionata a qualcosa che, in teoria, dovrebbe essere normale.
-Minimal: estetica dell’essenziale che richiede almeno una decina di storie Instagram con anziani che fanno cose per essere credibile.
-Sale / Zucchero: prova definitiva che non sappiamo più riconoscere ciò che ci serve finché non rovina il caffè.
Ilaria Petrongari
Scritto da: Radio Glox
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