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Conoscete Riga, Tallinn, Vilnius?

today13 Ottobre, 2025 107 11

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Qual è il punto più alto di Riga? L’edificio del KGB, perché da lì si vede bene la Siberia: così una battuta riassumeva con amarezza il dominio sovietico in Lettonia. Con l’invasione del 1940 furono infatti deportati decine di migliaia di lettoni – le stime parlano di 100.000, per lo più in due ondate fra il 1941 e il 1949 (la Lettonia ha meno di due milioni di abitanti).

Secondo voi chi correva il rischio di essere accusato dalla polizia segreta e deportato in Siberia, o torturato e poi ucciso?, ci chiede la giovane guida di quello che oggi è il museo del KGB a Riga, cappello nero calato sugli occhi e impermeabile d’ordinanza. I dissidenti? I nazionalisti? I religiosi? Rispondiamo, turisti con qualche vaga nozione di storia che in poche ore cercano di razionalizzare una tragedia troppo grande. “Chiunque”, chiarisce invece lui nel silenzio dei cunicoli bui, costellati di celle di pochi metri quadrati in cui venivano stipate dieci o venti persone per giorni o settimane, senza conoscere il proprio imminente destino di interrogatori, deportazioni, esecuzioni.

Lettonia, Estonia, e Lituania sarebbero tornate indipendenti solo nel 1991, con la perestrojka e l’implosione dell’Unione Sovietica, fianco a fianco nella via Baltica del 1989 – la protesta pacifica fra Tallinn e Vilnius, passando per Riga, di uomini e donne che si tenevano per mano in nome di libertà e indipendenza (“la domanda da fare a qualsiasi estone, lituano o lettone: dov’era il 23 agosto 1989?”, scrive Jan Brokken ne ‘Le anime baltiche’, libro di viaggi e storia non di popoli ma di individui – anime, appunto). I tre paesi avrebbero poi aderito all’Unione Europea con l’allargamento del 2004.

Oggi Riga splende di edifici art nouveau freschi di restauro dopo l’abbandono d’epoca sovietica, le facciate blu come un velluto (i più famosi sono stati disegnati da Michail Ejzenštein, padre del cineasta sovietico Sergej, insomma quello della Corazzata Potëmkin). In ogni quartiere c’è una libreria che porta il nome di Janis Roze, l’editore deportato nel 1941 e morto in un gulag per aver pubblicato libri in lettone. Chi arriva in aereo vede per prima cosa all’atterraggio un enorme murales che dichiara “we stand with Ukraine” – siamo al fianco dell’Ucraina. Bandiere lettoni, ucraine, europee sventolano insieme da ogni edificio pubblico.

Sergej Dovlatov, scrittore e dissidente sovietico, scrisse a più riprese di Tallinn e della sua bellezza, avendoci vissuto per qualche tempo prima di emigrare definitivamente negli Stati Uniti, dove sarebbe stato un dissidente fra i dissidenti (se non lo conoscete, il consiglio migliore che posso darvi è di lasciare perdere questo articolo e regalarvi la lettura de Il giornale invisibile). Scherzava Dovlatov che ai detrattori di Tallinn manca ordine e compostezza, e per questo non riescono ad apprezzare la capitale estone, perché specchio di una mancanza interiore. A vent’anni o poco più, come Dovlatov ma senza il suo genio, mi sono trasferita a Tallinn per alcuni mesi con una borsa di studio: da allora pochi posti mi hanno stupito (e incantato) altrettanto. Tallinn è l’illustrazione di un libro di fiabe, con le sue cupole, i vicoli stretti pavimentati a ciottoli, la luce fioca negli edifici dalle mura spesse per conservare il calore in inverno, eppure è così viva (l’Estonia è il paese della prima rivoluzione digitale. Ricordate Skype? Era estone) e così tormentata (fra tutte, la questione spinosa della minoranza russofona, spesso rimasta apolide per via di barriere linguistiche alla cittadinanza: l’estone non è una lingua indoeuropea e non ha basi comuni con il russo).

Le capitali baltiche sono talmente vicine alla Russia che basta davvero poco a raggiungerla (la Lituania confina ad ovest con l’exclave russa di Kaliningrad), ma rappresentano orgogliosamente – e democraticamente – tradizioni e culture diverse, anche in aperto contrasto con quella russa, a loro collegata da un passato di una memoria per lo più non condivisa ma imposta, e ancora dolorosa. Poche settimane fa, nella città estone di Narva, a due passi da San Pietroburgo, Maria Smorževskihh-Smirnova, direttore del museo locale, è stata condannata in contumacia da una corte russa per “riabilitazione del nazismo e diffusione di notizie false sulle forze armate russe” (il museo di Narva ha esposto manifesti, visibili dal lato russo, che definiscono Putin un criminale di guerra).

La scorsa primavera, nel Regno Unito, una campagna di informazione attribuita al Telegraph diceva più o meno: Conoscete Riga, Tallinn, Vilnius? Se abbandoniamo Kyiv ne sentirete parlare. Una provocazione, ovviamente, tesa a svegliare le coscienze su un angolo del nostro continente così vivamente europeo eppure sorprendentemente misconosciuto, storicamente diffidente dell’ingombrante vicino russo, profondamente scosso dall’invasione dell’Ucraina nel 2022. In queste ultime settimane, con l’avvistamento di droni di sospetta provenienza russa e conseguente chiusura di spazi aerei sul Baltico e non solo, Estonia, Lettonia, e Lituania sono al centro del dibattito europeo, e le loro preoccupazioni sono condivise da altri paesi (Danimarca e Polonia su tutti). In un altro secolo, gli europei credettero, per poi pentirsene amaramente, che non valesse la pena disturbarsi per Danzica, percepita come anonima e lontana dal sentire comune. Riga, Tallinn, e Vilnius sono parte integrante e imprescindibile del progetto europeo, e quello che succede sul Baltico riguarda ognuno di noi, tanto quanto ci riguarda quello che succede a Lisbona o a Parigi, che ci piaccia o no. Questo non significa auspicare un continente a trazione baltica, o polacca o slovena che sia, ma un progetto politico che sappia mediare al suo interno, organizzarsi e parlare con una sola voce – se non altro perché questo detta l’interesse comune – tenendo in considerazione le preoccupazioni fondate dei suoi membri a occidente come a oriente.

La guida dal cappello nero conclude la sua guida di fronte al muro delle esecuzioni nei sotterranei del KGB a Riga, un muro coperto in fretta e furia dai sovietici poco prima dell’indipendenza lettone, su cui sono ancora ben visibili i segni dei proiettili – alcuni destinati a uccidere, altri come avvertimento ai prigionieri al piano superiore. Non ci sfugga che il confine d’Europa, ammonisce, oggi rappresenta il confine di libertà e democrazia, e ci lascia con una domanda: Che senso può avere la vita se in nome del quieto vivere si accetta tutto illudendoci che non ci riguardi, se non rabbrividiamo ancora al pensiero che altri, tali e quali a noi, sono stati presi ai loro affetti e condannati a destini ignoti per un sì o per un no?

Francesca Varasano 

Scritto da: Radio Glox


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