Occhio agli speculatori
A Prisma il presidente di Federconsumatori Perugia, Alessandro Petruzzi, commenta la decisione del governo che introduce un taglio di 25 centesimi al litro sul prezzo dei carburanti
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L’identikit di Peter Magyar Pierpaolo Burattini
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Siamo il Paese in cui il vincitore della rassegna canora nazional popolare di Sanremo, Sal Da Vinci, viene arruolato sul fronte del Sì al referendum sulla riforma della giustizia; così come siamo quel benedetto Paese in cui ogni dibattito piega in isteria o in commedia.
Forse la nostra forza è quella di relativizzare le cose importanti e accapigliarsi su quelle per cui basterebbe un’alzata di spalle.
Lo specchio che ci rimanda la cronaca, da quella politica a quella, per così dire, dei mattinali delle Questure, è sempre deformato e diventa sempre qualcosa di stordente: su un minuto ci si accapiglia allo sfinimento e un secondo dopo tutto sembra essere archiviato. A volte, poi, la realtà ci consegna anche delle cose, degli elementi di riflessione, prima di infilarle nella lavatrice del partito preso e dello schieramento a prescindere: uno di questi piccoli casi emblematici è accaduto a Venezia, patria delle lettere e dell’arte, che della Biennale, così come del Festival del Cinema, ha fatto uno dei suoi punti di orgoglio nazionale.
Il presidente della Biennale, il poliedrico intellettuale di casa a destra ma mai affetto da settarismo, Pietrangelo Buttafuoco, ha deciso di riaprire il padiglione russo, che andrà in scena a maggio, per la prima volta dall’invasione su larga scala dell’Ucraina. Il caso è diventato, in pochi giorni, una questione politica internazionale: l’Ue ha condannato l’iniziativa e minacciato la sospensione dei finanziamenti europei alla Fondazione; alla lettera Ue, firmata da 22 Paesi, si è aggiunto un appello firmato da 7.500 intellettuali e la protesta comprensibile del governo ucraino.
Il ministro della Cultura Alessandro Giuli, amico di Buttafuoco e altra punta di diamante dell’intellettualità di destra o conservatrice, che dir si voglia, ha espresso immediatamente la sua contrarietà all’iniziativa di riaprire il padiglione in Laguna e ospitare gli artisti russi: da questo momento in poi, un crescendo rossiniano, con il meglio dell’opinionismo culturale/politico nostrano (da Giuliano Ferrara a Marco Travaglio fino a Mattia Feltri, per citarne alcuni) che si posiziona da una parte o dall’altra, con richieste di dimissioni che volano da Roma a Venezia e le accuse di filo putinismo e di censura che si sprecano.
La messa in discussione dell’autonomia della stessa Biennale e l’imbarazzo del governo in un quadro internazionale punteggiato da conflitti e instabilità, in attesa che cali il sipario, restano schematicamente le seguenti: da una parte il ministro Giuli e tutti coloro che pensano che dare il palco della Biennale ad artisti indicati dal Cremlino o, di conseguenza, a loro aedi sia uno sbaglioì madornale; dall’altra quelli a sostegno di Buttafuoco che, pur condannando l’invasione russa dell’Ucraina, pensano che, come sottolineato dallo stesso direttore della Biennale a giustificazione della sua scelta, la cultura debba essere uno “spazio di tregua” e che l’artista esprime sempre se stesso attraverso la propria arte.
E, inoltre, che combattere regimi illiberali attraverso atti censori significa mettersi sul loro stesso piano.
Il dilemma veneziano è solo l’ultimo di una serie, anche se il più rumoroso: discussioni forse meno accese si ebbero anche quando venne fatta saltare la partecipazione del direttore d’orchestra russo Valery Gergiev alla Reggia di Caserta, oppure quando si disse ‘no’ al cantante israeliano all’Eurovision o quando si è accesa la polemica sulle bandiere paralimpiche. Il punto della querelle è il seguente: è giusto non dare spazio ad artisti russi, iraniani, israeliani, palestinesi e, in generale, a coloro che provengono da Paesi che definiamo illiberali e, magari, ne sostengono le tesi, ma al di fuori del loro essere artisti?
Oppure il modo più giusto per sanzionare un regime o un governo è piazzare fuori dal consesso culturale coloro che da quei Paesi provengono?
Interrogativo non da poco, come capite.
Questa la cronaca, adesso un paio di pensieri: sono contro ogni tipo di regime che schiacci libertà civili e politiche, che reprima il dissenso ma, allo stesso tempo, provo non poco imbarazzo a vedere stilate liste di proscrizione per quegli intellettuali e artisti che provengono da Paesi in cui la libertà è calpestata. In questo caso specifico, sono dalla parte del popolo ucraino e per la sua libertà, minacciata dall’invasione russa, ma ritengo che l’arma dell’ostracismo verso tutto ciò che è russo, da un punto di vista culturale, non sia l’arma migliore da usare: questo perché, paradossalmente, ci fa assomigliare proprio a coloro che condanniamo in nome della libertà.
Mi sbaglio?
Forse sì, ma in domande come queste, la linea di demarcazione tra giusto e sbagliato è davvero molto sottile. Soprattutto in tempi come questi.
Pierpaolo Burattini
Scritto da: Regia Glox
A Prisma il presidente di Federconsumatori Perugia, Alessandro Petruzzi, commenta la decisione del governo che introduce un taglio di 25 centesimi al litro sul prezzo dei carburanti
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con Alessio Picchiani
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