La crisi francese rischia di scaricarsi sull’Europa
A 'Prisma' il giornalista di Libération Eric Josef spiega la crisi istituzionale e politica d'Oltralpe e quali potrebbero essere i possibili sviluppi
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Nei feed del rientro l’infanzia prende la scena: zaini, mani appoggiate ai banchi, risvegli lenti trasformati in storie. Non siamo davanti a semplici ricordi condivisi: in ambiente piattaforma quei frammenti diventano linguaggio pubblico. La foto non è più solo ‘nostra’, perché entra in una grammatica fatta di formati, ritmo, pubblico, metriche. È la logica dell’attenzione a dettare tempo e inquadrature, e la quotidianità familiare si organizza come micro-serialità: episodi brevi, ricorrenti, riconoscibili.
Chiamarlo ‘sharenting’ non basta perché la categoria dice cosa accade, non come accade. A operare è un’architettura che premia ciò che emoziona e si aggiorna spesso; l’infanzia, per definizione, offre materia narrativa densa. Così l’album domestico cambia statuto: da memoria privata a segnale di visibilità. Attorno a quel segnale si attivano cerchi concentrici di valore – relazionale, simbolico, talvolta economico – che ricadono soprattutto sulla figura adulta che pubblica.
Dentro questo quadro la maternità online è anche lavoro: lavoro emotivo che rende narrabile il caos, lavoro organizzativo che scandisce la giornata in scene, lavoro estetico che affina luce, colori, montaggio. Non riguarda solo le grandi creator; attraversa anche i profili ordinari, quando si impara a guardare la propria vita come potenziale storia. La cura, esposta, rischia di diventare performance: ciò che si mostra finisce per orientare ciò che si fa.
Resta il nodo della voce. Nella maggior parte dei casi sono le adulte a parlare per i minori: decidono contesto, tempi, cornici, mentre i bambini prestano volto o gesto. Anche quando si chiede un “sei d’accordo?”, il consenso è inevitabilmente asimmetrico: pesa l’affetto, pesa il desiderio di compiacere, pesa l’impossibilità di prevedere gli effetti futuri. Intanto le piattaforme costruiscono archivi: tracce persistenti che sedimentano una biografia pubblica prima che chi ne è protagonista possa scegliere come presentarsi.
C’è poi un’estetica ricorrente che organizza sguardi e aspettative: la madre competente, la resiliente, la creativa. Sono narrazioni che politicamente rivendicano spazio alla cura nello spazio pubblico, ma passano attraverso codici visivi e metriche di performance. L’immagine del figlio diventa risorsa semiotica che sostiene l’identità adulta- affidabile, autentica, fantasiosa – prima ancora di dire qualcosa sul bambino ritratto. È qui che l’amore rischia di coincidere con la sua rappresentazione.
Il punto non è decretare giusto o sbagliato, né contrapporre chi pubblica a chi non pubblica. Il punto è riconoscere il paradosso strutturale: la promessa di connessione e comunità convive con la trasformazione dell’intimità in materiale comunicativo. L’immagine infantile funziona insieme come capitale di relazione e come racconto anticipato, un profilo che precede la possibilità, per chi vi compare, di scegliere la propria storia.
La posta in gioco è culturale: riguarda chi ha l’autorità di parlare dell’infanzia, con quali finalità, e quanto lo spazio pubblico digitale sappia accogliere forme di racconto che rispettino la distanza necessaria tra visibile e vissuto. Forse la domanda più onesta, oggi, non è “pubblicare o non pubblicare?”, ma “a chi serve questa immagine, che cosa sta spiegando di noi adulti e che cosa decide per chi ancora non può dirsi?”. Da come rispondiamo dipende la qualità del nostro ecosistema mediale e il modo in cui, domani, definiremo memoria, responsabilità, prossimità.
Elisa Spinelli
Scritto da: Radio Glox
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