L’importanza di Hormuz
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today11 Marzo, 2026 64 1
Per anni abbiamo raccontato la Gen Z come la generazione della svolta: più aperta, più libera, più distante dai vecchi ruoli di genere. Ma essere nati dentro il digitale non significa esserne immuni. Anzi: proprio online, dove identità, desideri e modelli si formano e si rincorrono, il patriarcato sembra aver trovato nuovi linguaggi, nuove estetiche e nuove forme di legittimazione.
Il punto non è dire che “la Gen Z è patriarcale”. Sarebbe troppo semplice. Il punto è riconoscere che la Gen Z non è un blocco compatto e progressista. I report più recenti di Ipsos descrivono una frattura crescente tra giovani donne e giovani uomini su uguaglianza, ruoli di genere e visione del mondo: mentre molte ragazze mostrano orientamenti più progressisti, una parte dei ragazzi si muove in direzione più tradizionale o apertamente conservatrice.
Questa frattura diventa ancora più evidente nei dati diffusi da Ipsos per l’8 marzo 2026: il 31% degli uomini Gen Z concorda con l’idea che una moglie debba sempre obbedire al marito, e il 33% ritiene che il marito debba avere l’ultima parola nelle decisioni importanti. Nello stesso studio, gli uomini Gen Z risultano il gruppo più incline ad aderire a idee tradizionali sia sui ruoli femminili sia su quelli maschili.
Forse è qui che si rompe davvero il racconto rassicurante che ci siamo fatti sul presente. Perché il patriarcato di oggi non si presenta sempre con il volto esplicito del divieto. Non dice soltanto: obbedisci. Più spesso dice: non essere troppo indipendente, troppo ambiziosa, troppo visibile, troppo difficile. In altre parole: esisti, ma senza occupare troppo spazio.
È una grammatica più sottile, più compatibile con il digitale, e proprio per questo più difficile da smascherare. Può travestirsi da ironia, da contenuto motivazionale, da nostalgia dell’ordine, da richiamo alla “natura”, da promessa di equilibrio. E dentro questa zona grigia si muove anche la manosfera, che UN Women descrive come un insieme di comunità online che diffondono misoginia, irrigidiscono i modelli di maschilità e penetrano spazi ormai centrali della socialità giovanile, dai social ai podcast fino agli ambienti di gaming.
Il problema non è soltanto la misoginia esplicita. Il problema è la capacità di questi ecosistemi di rendere desiderabile un certo ritorno all’ordine: ruoli chiari, gerarchie rassicuranti, controllo presentato come protezione. In un tempo attraversato da precarietà, ansia e smarrimento, quella promessa può apparire rassicurante. Ma il prezzo continua a ricadere sulle donne.
Anche in Italia i segnali sono netti. Nel report Istat pubblicato nel 2025 su dati raccolti nel 2023 tra ragazze e ragazzi di 11-19 anni, il 56,4% ritiene che l’aspetto fisico conti più per le ragazze che per i ragazzi. Il 36% considera accettabile, sempre o in certe circostanze, che un ragazzo controlli abitualmente il cellulare o i social della propria ragazza. E il 15,6% pensa che la violenza sessuale possa essere provocata dal modo di vestire delle ragazze.
Sono dati che colpiscono non solo per ciò che dicono, ma per ciò che normalizzano: alle ragazze viene ancora chiesto di piacere prima che di esistere; il controllo continua a travestirsi da attenzione; il corpo femminile resta uno spazio pubblico da giudicare, correggere, sorvegliare.
Elisa Spinelli
Scritto da: Regia Glox
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