Un governo nel frullatore
A TooDay il giornalista de La Repubblica e scrittore Filippo Ceccarelli racconta le quarantotto ore che hanno terremotato il centrodestra e scombinato assetti
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“Non vedo l’ora di tornare a casa e rilassarmi con la mia famiglia e i miei amici. Ricaricherò le batterie e sarò pronto per la stagione su terra”. Carlos Alcaraz commenta così la sconfitta, inaspettata ma strameritata, al Miami Open con Sebastian Korda. È la seconda che arriva a distanza di poco tempo e lo spagnolo è fermo di vittorie dal Quater Open.
Nulla da preoccuparsi, normale contraccolpo alla ‘Tommasi’ la cui regola, in questo momento, ha colpito Alcaraz. Eppure, non nascondo di essere alquanto sorpreso di questa sconfitta, ma soprattutto dalle parole del campione di Murcia.
Mi aspettavo che con la vittoria dell’Australian Open la sete di Alcaraz diventasse inarrestabile, e come me tanti altri. È pur vero che lo spagnolo ci ha abbastanza abituato a queste sconfitte fuori pronostico: Goffin lo scorso anno a Miami, van de Zandschulp a NY qualche anno fa. Però la tendenza a questi stop, sembrava cosa archiviata, e in molti parlavano di un Alcaraz diventato oramai maturo e consapevole di tutte le sue possibilità.
Patrick Mouratoglou, che non è certo la Corte di Cassazione del Tennis, stavolta l’ha detta giusta: “ho la sensazione che Carlos a volte possa essere un po’ annoiato. Quando gioca partite in cui sente di avere un ampio margine, inconsapevolmente perde un po’ la concentrazione”.
Non vorrei che questa noia condizionasse la carriera del campione. Già molti campioni si persero per simili motivi. Penso a Bjön Borg. Lo svedese a 26 anni pose fine alla sua carriera, dopo praticamente essere diventato imbattibile. Borg aveva numerosi problemi personali e il tennis lo aveva via via ‘abbandonato’. Quando si ritirò lo stesso McEnroe provò a convincerlo a non lasciare. Il paragone è affascinante, ma certamente radicalmente diverso.
Il rischio, però, è proprio questo: non la sconfitta, che nel tennis è fisiologica, ma la sua natura. Perché perdere contro un avversario più forte o in una giornata storta è parte del gioco; perdere per un calo di tensione, per quella sottile linea che separa la sicurezza dalla noia, è tutta un’altra storia. E certamente fare il ‘piangina’ tuonando con “tutti diventano Federer contro di me” non è segno di maturità. Forse è proprio questa allora ciò che continua a mancare?
Giulio Fortunato
Scritto da: Regia Glox
A TooDay il giornalista de La Repubblica e scrittore Filippo Ceccarelli racconta le quarantotto ore che hanno terremotato il centrodestra e scombinato assetti
15:00 - 16:00
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con Alessio Picchiani
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