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Una giornata per la memoria

today30 Gennaio, 2026 4

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E anche questa Giornata della Memoria ce la siamo lasciata alle spalle. Adesso arriva quella del Ricordo, un po’ di bagarre politica e poi torniamo tutti in postazione. Anche perché, ormai, lo sappiamo qual è il senso profondo di queste ricorrenze: poco più che un esame di maturità per i nostri partiti.

Servono a due cose. Mettere alla prova la modernità di un partito rispetto al proprio passato storico-culturale ingombrante. E far inciampare quei due o tre politici che non hanno ancora imparato le frasette di circostanza che ti salvano da ogni possibile merdone che si può pestare.

Le ripassiamo, così siamo pronti tutti:
“Negli anni ’40 non c’ero, come faccio a essere comunista o fascista?”
“Comunismo e fascismo sono categorie storiche, oggi non esistono più.”
“È stata una pagina nera della storia, purché lo diciate anche voi.”

Tutte le analisi serie, quelle che servirebbero davvero per capire cosa sono stati i totalitarismi, lasciamole a De Felice, Mosse, Gentile. Alla politica non possiamo chiedere questo. Dai. Noi a Radio Glox, per la Giornata della Memoria, abbiamo fatto una cosa molto meno teorica. Abbiamo intervistato Nando Tagliacozzo. 86 anni, romano, ingegnere in pensione. Il 16 ottobre 1943, durante il rastrellamento di Roma, la sua famiglia ebrea viene distrutta: la nonna, lo zio e la sorella Ada, otto anni, deportati ad Auschwitz. Poco dopo arrestano anche il padre. Non voglio raccontare la sua storia. Mi basta una frase.“La mia storia non serve a emozionare. Per emozionarsi ci sono il cinema, l’arte, la letteratura. Il mio dolore serve a capire. E a far capire”. Capire, non commuovere. Quest’uomo a nove anni ha visto sparire la sua famiglia. Eppure non teatralizza. Non si mette al centro. Non personalizza. La sua testimonianza non chiede pietà. Chiede lucidità.

Ascoltandolo ho pensato a noi. Alla nostra generazione che rischia di personalizzare e assolutizzare tutto. Ogni dolore diventa trauma. Ogni difficoltà diventa confessione pubblica, e quindi identità. Ancora oggi diamo la colpa al Covid per qualunque cosa ci sia andata storta. Nel legittimo tentativo di occuparci di “noi stessi”, rischiamo di dimenticarci di “noi tutti”. Perché quello che colpisce di Nando non è la forza caratteriale. È il senso civico. L’idea che il proprio dolore non serva a raccontare se stessi, ma a essere utile agli altri.

Nel giro di cinque, massimo dieci, anni queste persone qua – i diretti testimoni – non ci saranno più. Perderemo per sempre la voce, la facce e i pensieri in presa diretta di chi può raccontarci ancora non i “fatti”, che oramai conosciamo, ma la propria esperienza di vita. Cioè il rapporto di quella generazione con un dolore privato che diventa dovere civico.

Perché in questi anni che restano, non istituiamo delle giornate per ricordarci proprio questo?

Ah, già ci sono?

Martino Tosti

Scritto da: Regia Glox


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