Femminile digitale

Protezione o controllo? Il femminile nell’era del tracking

today15 Aprile, 2026 7

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Negli ultimi tempi, sempre di più, si stanno diffondendo applicazioni pensate per la sicurezza delle donne. Funzionano in modo semplice: condividi la tua posizione in tempo reale, attivi un contatto di emergenza, avvii una sorta di “accompagnamento” digitale mentre torni a casa. In alcuni casi puoi anche segnalare luoghi percepiti come pericolosi, contribuendo a costruire mappe collettive della sicurezza.

La promessa è: ridurre il rischio, aumentare il controllo, sentirsi meno sole nello spazio pubblico.

Se ci pensiamo, però, questo passaggio non è solo tecnologico. È culturale.

Infatti, per molto tempo la sicurezza è stata una questione collettiva: illuminazione delle strade, trasporti, presenza, politiche pubbliche. Oggi, sempre più spesso, sembra diventare una competenza individuale. Non è lo spazio che cambia, è il modo in cui siamo chiamate ad attraversarlo. Non è la città che si adatta, siamo noi che dobbiamo attrezzarci. E quindi scarichiamo un’app, attiviamo una funzione, condividiamo una posizione. La sicurezza diventa un servizio personale.

Questo spostamento produce un effetto quasi impercettibile, ma profondo. La responsabilità si riorganizza: se qualcosa accade, la domanda implicita non è più solo “perché quello spazio non era sicuro?”, ma anche “avevi attivato tutto quello che potevi per proteggerti?”.

In questo senso, si può affermare che la tecnologia gestisce, ancora una volta, le paure sociali e culturali.

C’è poi un altro livello, più silenzioso. Per funzionare, queste applicazioni richiedono accesso a dati estremamente sensibili: posizione continua, abitudini, orari, contatti. Alcune attivano microfoni o video, altre costruiscono vere e proprie mappe dei nostri spostamenti quotidiani. Il corpo, nello spazio digitale, non è più solo presente, ma è tracciato, registrato, anticipato. E qui emerge il paradosso. Per sentirci più sicure, accettiamo un grado maggiore di esposizione. Sicurezza in cambio della libertà. Condividiamo dati per ridurre il rischio, ma allo stesso tempo aumentiamo la nostra tracciabilità. La protezione passa attraverso una forma di controllo.

Non è una contraddizione semplice da sciogliere. Non si tratta di dire che queste tecnologie siano sbagliate. In molti casi rispondono a un bisogno reale, concreto, quotidiano. Ma è proprio questa evidenza a renderle interessanti: funzionano perché la paura esiste. E allora la domanda, inevitabilmente, si sposta.

Non è solo se queste app ci proteggano davvero. È cosa stiamo delegando quando le utilizziamo. Se stiamo costruendo strumenti di autonomia o adattandoci a un contesto che resta invariato. Se la sicurezza può essere progettata come esperienza individuale o se, così facendo, stiamo progressivamente rinunciando a immaginarla come condizione collettiva.

Scrivendo di queste tecnologie mi accorgo che il punto non è scegliere tra usarle o rifiutarle. Il punto è non smettere di vedere il quadro più ampio. Possiamo anche tracciare ogni passo, condividere ogni percorso, attivare ogni dispositivo. Ma resta una domanda che nessuna app può risolvere fino in fondo: vogliamo più strumenti per muoverci nella paura, o meno paura nello spazio in cui viviamo?

Forse il femminile digitale, ancora una volta, si trova esattamente lì: nel punto in cui la tecnologia offre soluzioni immediate, ma ci costringe a interrogarci su ciò che non dovrebbe essere delegato.

Elisa Spinelli

Scritto da: Radio Glox


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