Il dialetto, croce o delizia?
Partendo da una ricerca dell’Istat sulla diminuzione dell’uso del dialetto nei contesti familiari, ci siamo interrogati sull’uso delle lingue locali nel 2026 dando a voi la parola
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Ogni epoca ha il suo terreno di scontro. Il Novecento ha combattuto sui territori, la Guerra fredda sull’ideologia. Il nostro tempo combatte su qualcosa di più sottile: la realtà condivisa, ciò che una società accetta come vero. È il dominio della guerra cognitiva, riconosciuta dalla NATO nel 2020 come sesto dominio operativo – oltre a terra, mare, aria, spazio e cyberspazio. Il suo bersaglio non è il corpo, ma la mente collettiva: l’architettura epistemica delle società è il bersaglio, ciò che esse credono, ciò di cui si fidano e i quadri interpretativi attraverso i quali assegnano significato agli eventi.
La guerra cognitiva è basata su tre dispositivi. I proxy che sono le troll farm e le content farm, hacktivisti che agiscono per conto di Stati che mantengono ufficialmente le mani pulite. La deniability strutturale delle piattaforme vale a dire l’anonimato facile e l’amplificazione algoritmica che rendono l’attribuzione di responsabilità tecnicamente onerosa. Le operazioni false flag cioè la diffusione di tracce fabbricate per indirizzare il sospetto verso il colpevole sbagliato.
Questi tre dispositivi sovrapposti producono un’opacità che il diritto internazionale fatica a penetrare. L’articolo 51 della Carta ONU (1945) riconosce agli Stati il “diritto naturale di autotutela individuale o collettiva” nel caso di un attacco armato. La norma pone delle condizioni affinché possa essere riconosciuto il diritto all’autotutela: deve esserci un attacco armato di gravità sufficiente, la risposta deve essere necessaria, proporzionata e immediatamente comunicata al Consiglio di Sicurezza. Quindi perché l’art. 51 attivi i propri effetti è necessario il superamento di una soglia, un istante, un autore, un atto fisico: tutte cose che l’operazione cognitiva è progettata per dissolvere.
Si parla molto di fack news e di disinformazione ma la guerra cognitiva costituisce va oltre la diffusione di notizie false per produrre una generale disinformazione che paralizza l’azione consapevole dei cittadini. La guerra cognitiva punta al caos collettivo, alla perdita di fiducia nelle istituzione e nell’informazione, alla rinuncia alla verità quale fondamento necessario per la responsabilità democratica collettiva.
La guerra cognitiva è una strategia subdola e ancora non chiaramente individuabile, ma è certamente una realtà concreta. Le democrazie che vogliono resistere devono spostare il baricentro dalla risposta alla resilienza con istituzioni epistemiche solide, alfabetizzazione mediatica, trasparenza algoritmica. Difendere la mente collettiva, prima ancora che identificare chi la attacca.
Chiara Moroni
Scritto da: Regia Glox
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